Erano già passate le dieci, e sapeva che sua madre quella notte non sarebbe di certo tornata a casa. Uno stato di immobilità la colse fin quando suonarono una seconda volta, più pacatamente. Ignorando l'identità dell'avventore, Diana provò un senso di spontaneo pudore, e corse a nascondere il ventre nudo in un paio di pantaloncini di cotone. L'assenza di biancheria intima sotto la maglietta azzurra, indossata appena prima, dava alle sue grazie una delicatezza vaporosa altrimenti inimmaginabile. I capelli ancora umidi le precipitavano sulle spalle, esibendosi in leggere volute biondo scuro. Nell'avvicinarsi alla porta d'ingresso fu travolta da un gelido soffio di vento proveniente dalla sua destra: un subitaneo giramento di testa la scosse, ancora ammantata dal calore della sala da bagno. Aprì appena un poco l'uscio, dimenticando di rispondere, e si diresse zompettando verso la finestra, ora spalancata dalla forza della corrente. Afferrò la maniglia d'acciaio e richiuse il vetro con tutto il peso del suo corpo; vi rimase appoggiata qualche istante, scorgendo la punta degli alberi quasi spogli del giardino condominiale. Stava per voltarsi, quando la luce dietro di lei scomparve. Ebbe a disposizione un secondo per poter intravedere la sagoma del nuovo ospite, ricalcata dall'illuminazione del pianerottolo, poi venne il buio.
Ora, tra i fattori che determinano una solida razionalità mentale, assume un certo valore la distanza più o meno consistente tra realtà e sogno. E se per qualche tempo Diana aveva sofferto del sensibile accorciamento di quel divario, non fu per nulla difficile ledere il suo equilibrio nel momento in cui le due dimensioni si compenetrarono l'una con l'altra. Avrebbe voluto dire un'infinità di cose, tradurre in un discorso sensato ciò che avvertiva dentro di sé, ma quello che ottenne furono soltanto dei farfugliamenti sconnessi.
Si avvicinò al centro della stanza seguendo con la mano i bordi del tavolo, fin quando non si trovò di fronte all'ombra di lui. Le posò l'indice sulle labbra ancora prima che potesse tentare di rivolgergli la parola, poi si chinò appena e le prese la mano destra ciondolante lungo il fianco, per condurla infine sulla poltrona in pelle scura. Nella grande sala non filtrava alcun barlume, eppure egli si muoveva sicuro come avesse sempre vissuto in quell'appartamento, come se conoscesse ogni singola piega del tappeto che aveva sotto ai piedi. Lei seguiva con attenzione il suono ovattato del suo passo, non riuscendo a chiedersi che cosa stesse succedendo. E nella quiete sacrale di quel tetro nucleo d'esistenza si levarono quattro note celestiali, note che Diana mai avrebbe immaginato nemmeno nelle sue fantasie più occulte, seguite da una melodia così limpida da sprigionare quasi un bagliore, così che le loro ombre potessero indovinarsi a vicenda. Stava ora seduto, intento a sostenere la fronte con una mano. Inizialmente, Diana si aspettava che presto le avrebbe detto qualcosa di importante, ma il suo tacere prolungato le fece capire che non era venuto per lei. Le vibranti armonie esalate dallo stereo si assunsero l'onere di esprimere in vece di lui un disperato bisogno di pace, la necessità di colmare la sede del suo coraggio, per affrontare tutto un universo di sensazioni che lo avevano condotto allo stremo. Nessuno dei due sapeva che dire, chi per avere conforto e chi per tentare di darne: in realtà quella quiete solo parziale racchiudeva in sé ogni cosa, unendoli in un puro sentimento d'affetto totale. Senza aprir bocca, ognuno rivelò all'altro le sue più profonde paure, il fallimento delle speranze di un'intera vita, ma anche un'insopprimibile voglia di continuare, di sporgersi in avanti e cercare all'orizzonte un riflesso del proprio sguardo. Così, mentre la musica dipingeva con precisione intense visioni ultraterrene, Diana scopriva una pietà autentica, simile a ciò che una volta i grandi poeti chiamavano “amore”. Prima di cedere all'invito di un leggero sonno, le scese una lacrima fugace lungo il mento.
Qualche ora dopo, le fessure tra le palpebre le permisero appena di rivederlo sulla soglia dell'ingresso: aveva il volto sereno della prima volta, gli occhi lucenti. Si riaddormentò subito, troppo stanca per sorridere.
C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.
"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.
"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"
sabato 3 gennaio 2009
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