C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

martedì 18 novembre 2008

Racconto - Diana (2)

La prima volta fu per strada, a sera, verso le nove e mezzo. Si era fermata ad un distributore automatico di sigarette, pochi metri dopo quello di profilattici, dove aveva già lasciato una banconota stropicciata. Normalmente non fumava, anzi non aveva mai comprato sigarette coi suoi soldi, era sempre riuscita ad ottenerle da altri che gliele offrivano per compassione, o talvolta per gratitudine. Mise le monete nella fessura, esse risuonarono nella cassetta interna, poi spinse un pulsante, che lampeggiò per comunicarle che le Camel erano terminate; lo stesso avvenne per Marlboro e Merit, finché la macchina decise che quei soldi non gli andavano a genio. Sul display scolorito non risultò più nemmeno un centesimo, e fu così che il distributore si prese un pugno nel ventre, mentre un ragazzo alto e magro si avvicinava serenamente.
- Vuoi una sigaretta?
Diana gli rivolse di getto una smorfia piuttosto loquace, ma appena lo vide in volto rilassò le labbra contratte. Il viso del ragazzo era così placido e sincero che non poté fare altro se non aggiungere:
- Grazie.
Qualche secondo dopo ebbe modo di notare che aveva rimesso in tasca il pacchetto senza prendere da fumare per sé. Gli domandò il perché, e si può dire che di lì cominciò la loro conoscenza: il ragazzo iniziò a disquisire abbondantemente sull'argomento, affermando diverse teorie per le quali aveva deciso di smettere ma si sentiva in obbligo di portarsi appresso un pacchetto da dieci; spiegò inoltre che il pacchetto era sempre lo stesso da anni, e che lo riempiva trasferendo sigarette provenienti da altri pacchetti. Diana aveva sempre odiato la gente che parlava troppo, ma la logica e la chiarezza con le quali egli esponeva le sue bizzarre tesi la incantava; si concentrava su ogni parola, seguiva il filo del discorso così facilmente che solo dopo una decina di minuti rivide le sue gambe che andavano per inerzia, imitando parallelamente i passi di lui.
Notando di essere in direzione di casa sua, Diana gli domandò se voleva salire a bere qualcosa: e lui non solo accettò con piacere, ma ciò che gli aveva proposto fu tutto ciò che fecero. Ovviamente lei non aveva in mente soltanto un buon bicchiere di vodka, ma quando lui se ne andò si era già dimenticata tutto quanto. Accadde come se in un lunghissimo istante le avesse riversato tutte le immagini di questo mondo sulla superficie degli occhi. Le parlò delle vecchiette all'ufficio postale, del loro continuo parlar male dei giovani e dei loro modi patetici, spesso infantili, di compiangersi per le disgrazie della terza età; delle inutili spese femminili in costante crescita, come i lucidalabbra, le cerette, gli incensi, capi d'intimo umanamente inconcepibili, fondotinta, sciampi oleosi alle erbette, penne a sfera complete di pon-pon rosa, ricariche telefoniche vitalizie eccetera; delle futili ragioni per cui il cattolicesimo continuava a perdere adepti; della sua personale attrazione per la nebbia autunnale, decisamente il fenomeno atmosferico più straordinario di sua conoscenza; delle sue interminabili attese ai concerti, giunto sempre in largo anticipo; di come gli riuscisse facile commuoversi davanti ad un vecchio quaderno di scuola, o un cartone animato che da piccolo poteva recitare dall'inizio alla fine, ma la cui memoria era stata portata via dal corso dei feroci anni adolescenziali; di come trovasse molto più stimolante cercare delle immagini negli spazi tra le nuvole, anziché nelle nuvole stesse; di come non esistessero più le grandi attrici veramente belle, e di come nessun ritocco professionale potesse renderle tali; del migliore ristorante in cui avesse mai mangiato, ad Amsterdam; del pomeriggio d'inverno in cui sull'autobus, per dodici minuti interi, non era riuscito a smuovere gli occhi dai capelli rossi che contornavano un viso di ragazza, la quale pareva un Botticelli alla pausa caffè, mentre le note di una fantasia di Schumann gli martellavano dolcemente i timpani; di come in assoluto nessun vagabondo fosse riuscito mai a fargli pena quanto i relativi cani, costretti a una vita peggiore di quella che normalmente spetterebbe loro con un qualsiasi altro padrone; degli imprevedibili benefici di un pediluvio bollente dopo una corsa di venti minuti sotto la pioggia; di come la gente non sapesse usare correttamente nemmeno i proverbi, le più antiche preziosità di questo mondo; della sua ostinazione nel tenere aperta la tapparella di camera sua fino all'ora in cui andava a dormire, per avere sempre sotto gli occhi le luci dei lampioni, molto più poetiche di come le raccontassero; di come i francesi, quali La Fontaine, Balzac, Diderot, Voltaire, Proust, Baudelaire, Rousseau, Molière e tanti altri avessero avuto sempre maledettamente ragione su tutto; di come gli adulti, man mano che avanzavano con gli anni, riacquistassero sensibilmente lo stupore davanti alle cose più semplici della vita, delle sottili pennellate di colore nella loro grigia routine, le cui fatiche potevano essere alleviate soltanto, giunti a casa dopo il lavoro, da un sorriso delle loro figlie seienni; dei più reconditi abissi della memoria, capace di arrovellarsi per giorni interi su un profumo o una melodia apparentemente dimenticati decenni prima; dei pomeriggi liberi in cui si recava per le strade meno frequentate del centro, e talvolta si fermava a parlare con le ragazze sedute sole a un bar, o sul bordo del marciapiede, a domandare loro come stavano, come era andata la giornata, se erano felici e se in qualche modo avrebbe potuto renderle tali. Queste e mille altre cose che il sonno rimosse per sempre.
La confusione del mattino dopo, complice dell'assurdità di quel fatto senza precedenti, portò Diana alla conclusione che tutto ciò non era mai successo veramente.

martedì 4 novembre 2008

Racconto - Diana (1)

Sarà stato il carattere particolarmente opportunista e convincente al tempo stesso, quella venerabile avvenenza primordiale, il calore sudaticcio della sua pelle sottile, o solamente quelle forme che sembravano modellate da Satana in persona. Fatto sta che Diana non aveva mai trovato difficile portarsi qualcuno nel letto, una volta che ne scoprì il bisogno spasmodico.
Il suo primo fidanzatino risaliva alle scuole elementari, si erano promessi di sposarsi: ora lei nemmeno ricordava che esistesse, mentre lui tutte le mattine la vedeva dal fondo dell'autobus, indeciso fra lo stupore e il rimpianto. Era splendida, sì, ma la sua immagine imprimeva in lui un timore così profondo che non osava nemmeno avvicinarla; provava quasi spavento osservando tutta quella meravigliosa precocità. Non aveva mai dimostrato la sua età, ogni cosa era giunta in anticipo per lei: a sedici anni aveva già lo sguardo fiero di una pornodiva, a diciotto l'esperienza necessaria per diventarlo.
Davvero in pochi ebbero l'onore di risiedere in un cassetto di quella mente assassina, progettata per il consumo e raramente destinata al riciclaggio. Uno fra questi era entrato nella sua vita per sbaglio, in tutti i sensi. Un ragazzetto timido fuori misura. Probabilmente nessuno gli aveva mai parlato delle donne. Quella notte lo avrebbe traumatizzato, e reso single per il resto dei suoi giorni.
- Carino... carino il tuo appartamento.
- Ci vivo con mia madre.
- Ah. E quindi tuo..
- Se non ti spogli entro cinque secondi faccio a modo mio, chiaro?
Un altro le aveva detto scandalizzato che stava già con una ragazza, e che erano felici insieme, e che l'amava alla follia, e che non aveva bisogno dei suoi luridi servigi. Qualche minuto dopo Diana gli aveva fornito motivazioni sufficienti per indurlo a rimanere con lei tre giorni interi, durante i quali consumarono ogni vizio che venisse loro in mente. L'ultima notte, tornato a casa ad un'ora indecente, non dormì nemmeno un secondo, assalito dalle visioni dei suoi peccati; la mattina seguente suo fratello lo trovò rannicchiato a terra nel bagno del sottoscala. Un foglietto chiazzato di sangue riportava tre o quattro versi di Shakespeare: quando la sua ragazza li lesse non riuscì a piangere.
L'immagine che Diana aveva meglio stampata nei ricordi, suo malgrado, era il ghigno disumano del primo amante. Non l'aveva violentata, ma la foga con cui aveva raggiunto le sue intimità le fece sempre credere il contrario, a tal punto che dimenticò per sempre come tutto avesse avuto inizio. Il volto feroce di quell'uomo fece scattare un meccanismo a doppio taglio: se da un lato infatti ella abbandonò ogni freno e in un certo senso divenne matura, dall'altro mantenne sempre il senno necessario per considerare i suoi atti come proibiti, e sentirsi appagata nel proprio errore perpetuo.
Così, come uno scrupoloso collezionista di minerali, Diana raccoglieva senza sosta tanti differenti esemplari per dar forma al mosaico della sua felicità: ma così come il collezionista si ritrova ogni sera, circondato dalle sue bacheche in vetro, a contemplare soltanto il suo oggetto più raro, anche Diana finiva per ripensare sempre ad una persona soltanto. Lo vide appena tre volte nell'arco di poco più di un anno, ma bastarono a cambiare la sua sostanzialmente povera vita.