C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

martedì 19 agosto 2008

Invito alla lettura: "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcìa Màrquez


Ho finalmente imparato il significato dell'espressione “divorare un libro”. E non significa semplicemente fare una corsa contro il tempo arrivando con facilità e rapidamente alla conclusione, bensì nutrirsi in maniera effettiva del testo stesso, a tal punto da diventarne parte integrante e non potersi fermare, anche volendolo. Il libro diviene una condizione necessaria della vita finché non lo si conclude, e una volta terminato, che sia il piacere o l'abitudine poco importa, ma ci mancherà qualcosa.
Così, in pochissimi giorni ho rivissuto i cent'anni della stirpe Buendìa, dal capostipite José Arcadio all'ultimo discendente Aureliano José. Una vicenda simbolicamente riconducibile all'intera Bibbia, dalla Genesi nell'Eden di Macondo, una località estranea al mondo conosciuto, destinata ad originare il peccato sin dalle sue radici, all'Apocalisse nello straziante finale, un ritorno al nulla che non concede ulteriori possibilità di redenzione.
Nel suo capolavoro, Màrquez ha dato vita ad una dimensione parallela dominata dalla magia, dalle credenze popolari e dai fantasmi del passato, i quali interagiscono nella vita dei loro discendenti per mantenerne vive le origini. Dopo una cinquantina di pagine ci si è ormai abituati a leggere gli episodi di un paese che può esistere soltanto nell'immaginazione, ma che appare più vero del vero: si ha l'impressione di aver conosciuto ogni personaggio ancor prima di leggerlo, e nel loro particolare delinearsi risulta impossibile non tenerli a mente per tutte le 400 pagine. Tanti i soggetti indimenticabili: Ursula, la moglie di José Arcadio Buendìa, una incrollabile figura materna per tutti i figli, nipoti e avventori occasionali di casa Buendìa; il colonnello Aureliano Buendìa, che “promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte, ebbe diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, sfuggì a quattordici attentati, a settantatré imboscate e a un plotone di esecuzione”; Remedios la Bella, la donna più incantevole mai apparsa a Macondo, la cui avvenenza causò la morte di più persone prima della sua ascesa al cielo; infine lo zingaro Melquìades, che scrisse su pergamene l'avvenire della discendenza Buendìa un secolo prima che essa si concludesse (e che le pergamene potessero essere decifrate).
Oltre ad essere uno dei romanzi più acclamati di tutto il Novecento, e ad aver fatto meritare a Màrquez il premio Nobel per la letteratura, “Cent'anni di solitudine” è un vero e proprio manuale di narrativa: il sapiente uso di anticipazioni e flashback, assieme alla forma estremamente fluida e coinvolgente, rendono quest'opera indispensabile per chi scrive come per chi legge.
Una storia d'amore e morte, ugualmente tormentati nel loro succedersi senza sosta: è il solo destino possibile per gli eroi e antieroi di Macondo, condannati alla solitudine eterna come non fossero mai esistiti, tranne che nella nostra mente.

lunedì 11 agosto 2008

Demi-été

Capì l'assurdità del tutto solo quando si vergognò a scrivere quel nome nella sabbia. Era il punto più vicino al frangersi delle onde, perciò i segni lasciati dal suo indice sarebbero rimasti impressi per molto tempo, rinsaldati da una possibile alta marea.
Chinatosi sulle ginocchia e avvicinata la mano alla distesa umidiccia, per la prima volta si sentì uno stupido. Buttò i pugni stretti a terra e cadde goffamente in avanti. Era tutto orribilmente insensato, e questo lo fece ridere. Se ne stette lì, con la testa a mezz'aria per interi minuti, incapace di pensare ad una cosa qualunque. I suoi occhi erano come annebbiati, nonostante ciò poteva vedere tutto distintamente, con luci ed ombre totalmente nuove, anche se irreali.
L'aveva amata tanto da odiarla quasi. E man mano che riprese il controllo della sua mente, essa fece riaffiorare le immagini di tutte le più belle donne che il suo egoismo aveva reso invisibili in quegli anni. Si rese conto di averle amate tutte, e forse di amarle ancora. Se le avesse mai incontrate di nuovo, avrebbe preso per la mano ognuna di esse, per poi abbracciarle con passione; si sarebbe stretto a loro come il neonato al seno materno, ed in quel contatto quasi violento avrebbe letto la loro anima, vinto la loro fragilità; si sarebbe nutrito della loro bellezza così innocente, più naturale di una sorgente limpida; il tocco delle sue labbra avrebbe marchiato a fuoco i loro zigomi tremanti, avrebbe mosso in loro contorsioni di nervi, culminanti in un tiepido sospiro. Le loro membra a stento avrebbero retto a quella carica di passione straripante. Ne sarebbero rimaste ferite in superficie, e lacerate nel più profondo.
Se soltanto avesse deciso di spartire quel sentimento insostenibile fra loro, ciascuna di esse sarebbe stata felice per sempre, e lo avrebbe seguito sino alla morte. Ma quella devozione così infondata gli fece soffrire una cecità di ugual misura, portandolo a idolatrare una comune immagine, ed una sola, del mondo che aveva visto sino ad allora.
Non si sa perché non scrisse quel nome nella sabbia. Forse perché acquisì la consapevolezza di essere schiavo di quel nome e dell'immagine ad esso legata, di aver firmato un contratto perenne con il proprio martirio; o forse perché sapeva che il tentativo di colmare quella distanza momentanea (o forse eterna) sarebbe stato, oltre che inutile, ridicolo. E ancora una volta gli avrebbe fatto male.
Lei, senza saperne nulla, aveva commesso il più efferato e crudele dei gesti che l'inconscio possa covare: l'aveva ucciso solamente per metà.