
Ho finalmente imparato il significato dell'espressione “divorare un libro”. E non significa semplicemente fare una corsa contro il tempo arrivando con facilità e rapidamente alla conclusione, bensì nutrirsi in maniera effettiva del testo stesso, a tal punto da diventarne parte integrante e non potersi fermare, anche volendolo. Il libro diviene una condizione necessaria della vita finché non lo si conclude, e una volta terminato, che sia il piacere o l'abitudine poco importa, ma ci mancherà qualcosa.
Così, in pochissimi giorni ho rivissuto i cent'anni della stirpe Buendìa, dal capostipite José Arcadio all'ultimo discendente Aureliano José. Una vicenda simbolicamente riconducibile all'intera Bibbia, dalla Genesi nell'Eden di Macondo, una località estranea al mondo conosciuto, destinata ad originare il peccato sin dalle sue radici, all'Apocalisse nello straziante finale, un ritorno al nulla che non concede ulteriori possibilità di redenzione.
Nel suo capolavoro, Màrquez ha dato vita ad una dimensione parallela dominata dalla magia, dalle credenze popolari e dai fantasmi del passato, i quali interagiscono nella vita dei loro discendenti per mantenerne vive le origini. Dopo una cinquantina di pagine ci si è ormai abituati a leggere gli episodi di un paese che può esistere soltanto nell'immaginazione, ma che appare più vero del vero: si ha l'impressione di aver conosciuto ogni personaggio ancor prima di leggerlo, e nel loro particolare delinearsi risulta impossibile non tenerli a mente per tutte le 400 pagine. Tanti i soggetti indimenticabili: Ursula, la moglie di José Arcadio Buendìa, una incrollabile figura materna per tutti i figli, nipoti e avventori occasionali di casa Buendìa; il colonnello Aureliano Buendìa, che “promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte, ebbe diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, sfuggì a quattordici attentati, a settantatré imboscate e a un plotone di esecuzione”; Remedios la Bella, la donna più incantevole mai apparsa a Macondo, la cui avvenenza causò la morte di più persone prima della sua ascesa al cielo; infine lo zingaro Melquìades, che scrisse su pergamene l'avvenire della discendenza Buendìa un secolo prima che essa si concludesse (e che le pergamene potessero essere decifrate).
Oltre ad essere uno dei romanzi più acclamati di tutto il Novecento, e ad aver fatto meritare a Màrquez il premio Nobel per la letteratura, “Cent'anni di solitudine” è un vero e proprio manuale di narrativa: il sapiente uso di anticipazioni e flashback, assieme alla forma estremamente fluida e coinvolgente, rendono quest'opera indispensabile per chi scrive come per chi legge.
Una storia d'amore e morte, ugualmente tormentati nel loro succedersi senza sosta: è il solo destino possibile per gli eroi e antieroi di Macondo, condannati alla solitudine eterna come non fossero mai esistiti, tranne che nella nostra mente.
Così, in pochissimi giorni ho rivissuto i cent'anni della stirpe Buendìa, dal capostipite José Arcadio all'ultimo discendente Aureliano José. Una vicenda simbolicamente riconducibile all'intera Bibbia, dalla Genesi nell'Eden di Macondo, una località estranea al mondo conosciuto, destinata ad originare il peccato sin dalle sue radici, all'Apocalisse nello straziante finale, un ritorno al nulla che non concede ulteriori possibilità di redenzione.
Nel suo capolavoro, Màrquez ha dato vita ad una dimensione parallela dominata dalla magia, dalle credenze popolari e dai fantasmi del passato, i quali interagiscono nella vita dei loro discendenti per mantenerne vive le origini. Dopo una cinquantina di pagine ci si è ormai abituati a leggere gli episodi di un paese che può esistere soltanto nell'immaginazione, ma che appare più vero del vero: si ha l'impressione di aver conosciuto ogni personaggio ancor prima di leggerlo, e nel loro particolare delinearsi risulta impossibile non tenerli a mente per tutte le 400 pagine. Tanti i soggetti indimenticabili: Ursula, la moglie di José Arcadio Buendìa, una incrollabile figura materna per tutti i figli, nipoti e avventori occasionali di casa Buendìa; il colonnello Aureliano Buendìa, che “promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte, ebbe diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, sfuggì a quattordici attentati, a settantatré imboscate e a un plotone di esecuzione”; Remedios la Bella, la donna più incantevole mai apparsa a Macondo, la cui avvenenza causò la morte di più persone prima della sua ascesa al cielo; infine lo zingaro Melquìades, che scrisse su pergamene l'avvenire della discendenza Buendìa un secolo prima che essa si concludesse (e che le pergamene potessero essere decifrate).
Oltre ad essere uno dei romanzi più acclamati di tutto il Novecento, e ad aver fatto meritare a Màrquez il premio Nobel per la letteratura, “Cent'anni di solitudine” è un vero e proprio manuale di narrativa: il sapiente uso di anticipazioni e flashback, assieme alla forma estremamente fluida e coinvolgente, rendono quest'opera indispensabile per chi scrive come per chi legge.
Una storia d'amore e morte, ugualmente tormentati nel loro succedersi senza sosta: è il solo destino possibile per gli eroi e antieroi di Macondo, condannati alla solitudine eterna come non fossero mai esistiti, tranne che nella nostra mente.




