C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

venerdì 18 luglio 2008

EP - Neutral Milk Hotel: In The Aeroplane Over The Sea


Considerato uno dei massimi capolavori degli anni 90, “In The Aeroplane Over The Sea” (1998) è il secondo e ultimo lavoro dell'acclamata band Neutral Milk Hotel, capitanata dal geniale cantautore Jeff Mangum. Parecchio famosi nella scena indie, si sono fatti conoscere con il loro disco d'esordio “On Avery Island”, un'esplosiva ed innovativa miscela di folk e di psichedelia alquanto acida con venature rock. Esso ha segnato l'inizio dell'interesse generale, culminato poi in questo gioiello, pubblicato due anni dopo dalla Merge Records.
A renderlo leggendario sono stati diversi fattori: uno dei più noti è che Mangum, dopo aver letto alcuni testi della piccola Anne Frank, fosse rimasto folgorato e avesse sentito la necessità di esternare i propri sentimenti in questo progetto; non è difficile a credersi, dato che questi 40 minuti sono un concentrato di emozioni pure, fortissime nella loro semplicità, dove la passione trasmessa dal cantante e i suoi collaboratori è palpabile. E' un disco sincero in tutto e per tutto, che a differenza del precedente favorisce moltissimo la componente folk-chitarristica, assumendo un ritmo molto più lento e d'atmosfera. I tratti visionari dei Neutral Milk Hotel questa volta si sono riversati più che altro nei testi, che evocano associazioni d'immagini provenienti dalla mente del frontman.
L'album, nel leggero susseguirsi dei suoi meravigliosi brani, non perde nemmeno un colpo, trasportandoci quasi in una dimensione parallela dominata da suoni delicati e ricordi d'infanzia, narrati dalla voce appena un po' ruvida di Mangus. Dal decisivo inizio di “King Of Carrot Flowers pt. 1”, passando per la splendida title-track e giungendo a brevi pezzi strumentali come “Untitled” (accompagnato dal suono di una cornamusa), il nostro viaggio ci lascia quasi con le lacrime agli occhi. E con l'amaro presentimento che questo sia l'epilogo definitivo di questa band.
Concluso infatti il proficuo tour di “In The Aeroplane Over The Sea”, i Neutral Milk Hotel hanno reso pubblico il loro hiatus a tempo indeterminato. Questo ultimo disco potrebbe essere considerato il loro testamento artistico, o meglio di Jeff Mangus (trattandosi quasi di un disco solista). Nonostante i fan di tutto il mondo sperino ancora in un ritorno, tutti essi possono ritenersi (come me) soddisfatti da un simile capolavoro, un'opera universale che da sola vale un'intera carriera.
Da riscoprire, più che mai nel suo decennale, che lo vede ancora come un ricordo immortale nel cuore di chi lo ha ascoltato anche solo una volta.

Voto: -
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Con questo spirito vi lascio per una piccola vacanza in Irlanda (a partire da lunedì), sperando che tutti coloro che passano di qui ne approfittino per ascoltare l'album in questione. Lo dedico a tutti voi, miei amati blogger e visitatori, nella sicurezza che vi piacerà da impazzire. Buone vacanze a tutti voi: un abbraccio speciale a Ross, Novalis, Gaz, la Fek (che forse è tornata a bloggare), Zambo e Anonimo Veneziano.
Non so precisamente quando tornerò in attività, ma abbiate soltanto pazienza.
Ora vado, nell'attesa di incontrare il mio idolo Joyce.
:)

lunedì 14 luglio 2008

Blanc

Mi sono appoggiato ad un lampione acceso, con la gamba sinistra appoggiata sulla destra. Era solo per provare, per vedere che effetto faceva; per la verità non è proprio come nei film, anzi mi sento abbastanza ridicolo, perché so che non ce n'era alcun bisogno. Se fossi stato stanco allora sì, tutta un'altra cosa. Ma adesso, sveglio e attivo come di consueto, faccio meglio a tirarmi su e fantasticare meno. Sono le due e un quarto, e normalmente dovrei o vorrei essere a letto. Stanotte ho deciso che non dormirò, perché ho sprecato già troppe ore sul cuscino, a rigirarmi e scompigliarmi i capelli. Oggi non ho avuto pace, non mi sono fermato mai. Ora sono qui, e non mi fermerò nemmeno ora. Veglierò.
L'ho deciso ieri, giusto prima di dormire. Perché ho capito che di notte non solo si ragiona molto meglio, ma qualche volta si riesce anche a trovare qualche soluzione. Perlomeno, penso di avere un problema.
E' la traversa di una strada principale. Là stanno sostando due stangone in cerca di compagnia, una da un lato e una dall'altro. Non tanto per dividersi il lavoro, quanto per il fatto che di sicuro da entrambi i lati qualcuno avrà bisogno di loro. Magari non lo fanno nemmeno per soldi: a essere sinceri però, non ho mai sentito parlare di puttane compassionevoli.
Io sto in un vicolo morto. Non avrei mai creduto che esistesse un posto così desolato in città. Abbandonato, eppure incredibilmente pulito. Qui non ci ha messo piede nessuno per mesi. Se non altro nessun imbecille prima di me è venuto qui a fare tutti i suoi ragionamenti, senza poi concludere nulla. O ragioni seriamente, o te ne vai a casa. Come sempre.
Potrei mettermi a gridare. Vorrei mettermi a gridare. Probabilmente sarebbe un metodo più efficace di altri. Le due stangone si sono allontanate.
Dai, urla adesso.
Vai.
Ora.
Ho aperto la bocca ed è uscito soltanto un sibilo. Sono un codardo, oppure non ho la forza di farlo. No, non voglio che mi senta qualcuno. E perché no, poi? Che mi senta chi vuole. Che lo sappia tutta città, se serve. Perché devo costringermi a tacere? Sto delirando, lo sento. Ma non ce la faccio più, è come se stessi per implodere. Ho bisogno di vuoto.
Se fossi di fronte ad uno strapiombo probabilmente mi lancerei, per provare davvero il sentimento del vuoto. Totale, senza davanti né ostacoli né vita ancora da consumare. Mi lascerei.
Abbandonerei persino me stesso. Se volessi, potrei diventare aria, disfarmi completamente e perdermi, ovunque e in nessun luogo. Solo aria.
Anzi no. Nemmeno aria. Sono strapieno di aria, ne ho fin troppa. Mi soffoca, tutta quest'aria. Mi rifiuto di vivere come tutti, felici di respirare sempre gli stessi atomi di niente.
Se non mi fermo subito, almeno col pensiero, rischio di svenire. Ma tanto qui non mi troverà nessuno.
Non finché sarò vivo.

lunedì 7 luglio 2008

EP - Slint: Spiderland


Probabilmente “Spiderland” (1991) merita il primato come disco più inquietante del rock tutto, al di là dei sottogeneri. Oltre ad essere un disco seminale e fondamentale per una serie di correnti sviluppatesi fra gli anni 90 e il nuovo secolo.
Gli Slint si sono fatti carico di tutto il sentimento che pervadeva i musicisti di quel tempo (dagli esponenti grunge in poi) e lo hanno incarnato nella loro breve discografia. “Spiderland”, all'unanimità il loro capolavoro, ha il lento e triste incedere di un funerale rock, intervallato da disperate esplosioni e acute dissonanze perforanti.
Il delicato arpeggio iniziale con armonici di “Breadcrumb trail” inganna su ciò che ne segue, ovvero la voce del “cantante non cantante” Brian McMahan: gran parte dei testi di “Spiderland” sono infatti parlati, ma non come un discorso ben articolato, bensì piatti, narrati da una voce senza tono, che espone con brutale freddezza la filosofia Slint. A metà, come in altri episodi, il brano scoppierà in un gran putiferio, che lascia l'ascoltatore inerme ed intontito. Ora l'album comincia a fare il suo effetto.
“Nosferatu man” ci avverte che siamo già nel mezzo della tragedia. La sesta corda si abbassa di un tono, il nostro animo di due. Il riff cadenzato del basso e della chitarra viene echeggiato dal grido della seconda chitarra, che col suo acuto strozzato ci percorre tutta la schiena. Anche questa traccia successivamente esplode in un'assordante cavalcata heavy, segnando forse l'episodio meglio riuscito di tutta l'opera.
Il terzo brano, “Don, Aman”, segna il passaggio nella parte più oscura della “terra dei ragni”: la strumentazione si riduce alla sola chitarra, accompagnata da sussurri appena udibili; a metà del brano ci raggiungeranno un basso essenziale e una distorsione acida ma non invadente. Avvertenze: causa depressione a tempo indeterminato.
Una linea simile viene intrapresa nei due brani successivi, dove in “Washer” alle singole pennate su due corde vengono preferiti l'arpeggio e una batteria dimessa e delicata; “For Dinner” è invece un brano strumentale, un po' debole di contenuti ma ugualmente calzante nell'atmosfera generale, che si mantiene cos' sui toni più bassi dell'anima.
La conclusione è affidata a “Good morning, captain”, un pezzo simile al secondo con un riff più incisivo, a tratti quasi arabeggiante. I tessuti musicali tracciati dalla seconda chitarra esprimono ancora una volta tutto il malessere e il terrore che gli Slint hanno voluto trasmettere nel disco, chiuso da grida disumane del cantante.
“Spiderland” ha aperto le porte a generi quali il Post-rock e, marginalmente, anche il Math. Ma questo non è troppo importante. Ciò che ha reso fondamentale questo disco è la trasposizione in musica di quello che Baudelaire chiamava spleen, un radicale male di vivere intrinseco di ogni uomo. L'angosciosa esperienza di questo album non vi lascerà scampo; a parte questo, rimane di certo fra i dischi più impressionanti ed espressivi di sempre.

Voto: 4,9/5
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