C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

lunedì 30 giugno 2008

ImprovvisAzione

SCENA: una stazione dei treni praticamente deserta. In lontananza, una baracchina bar/gelateria/paninoteca e un grande orologio di quelli con i cartellini che scorrono. Un treno arriva (peraltro in orario) e una ragazza qualunque, di bell'aspetto, scende seguita da un giovane un po' impacciato.


LUI: Mi scusi...
LEI: (continua a passo deciso verso sinistra)
LUI: (con voce bassa ma decisa) Scu.. signorina, scusi...
LEI: (si volta di scatto, fermando il trolley) Sì?
LUI: Mi perdoni, non volevo farle perdere.. ecco..
LEI: Mi dica.
LUI: ...
LEI: Ha bisogno?
LUI: Vede...
LEI: (attende)
LUI: (esita)
LEI: (attende ancora)
LUI: Vole..
LEI: Scusi scusi, ma ha biso...
LUI: No. Non ho bis...
LEI: E' che devo prendere un treno, sa.. Mi dica.
LUI: Un altro?
LEI: Sì, ma lei ha bi...
LUI: No no, stia tranquilla. Anzi mi scusi davvero. Il fatto è che..
LEI: ...
LUI: Solo volevo.. volevo complimentarmi. Lei è davvero meravigliosa.
LEI: (Stranita, per un istante non capisce; uno di quei momenti in cui il cervello si ferma un attimo e riformula le cose in modo fulmineo)
LUI: Sì, davvero.
LEI: Io...
LUI: No no no, lei non deve dire nulla. Non deve preoccuparsi di trovare una risposta sensata. Può.. può andare, la prego. Mi perdoni.
LEI: E' gentile da parte sua. (Sorride) Sinceramente, io... ecco, capirà... nessuno mi ha mai detto una cosa del genere. Insomma, perlomeno.. mio Dio.. ecco io, lei... io non la conosco, tutto qui.
LUI: No certo, è ovvio. Ma vede, io non la conosco, ma mi sono sentito in dovere di dirglielo.E' strano, Dio, mi sento un pazzo, mi creda. Non pensavo che l'avrei fatto davvero, qualche secondo fa.
LEI: (Imbarazzata, accenna una tenue espressione di dispiacere) Sì, è... è strano ma vede, io penso di dover proprio... per la miseria!
LUI: La prego, non si trattenga se deve andare! Non voglio una responsabilità del genere per un mio...
LEI: Ma no.. guardi, la ringrazio. E' stato un gesto davvero cortese, non me l'aspettavo. Solo non capisco...
LUI: Cosa?
LEI: Beh, insomma... (sguardo incerto)
LUI: Non... (sguardo confuso)
LEI: Senta, vado al dunque. Perché lo ha detto proprio a me? Insomma... calma.. Non intendo..
LUI: (preoccupato) Non si preoccupi.
LEI: Beh, sa.. di belle ragazze ne avrà incontrate tante, prima di me.. non che io voglia dire...
LUI: Ah, no no, le assicuro..
LEI: Cioè è la prima..
LUI: Sì, glielo giuro, non mi è mai capitato prima. Che assurdità, ha ragione..
LEI: Ma no, se lo dice io mi fido. Era solo per curiosità.
LUI: No no, lei ha tutto il diritto di sapere.. me lo chiederei anche io, nei suoi panni.
LEI: D'accordo. D'accordo. (Allunga il palmo della mano in segno di scusa) D'accordo.
LUI: La prego di scusarmi, ma ho sentito davvero un forte bisogno di dirglielo. Vede, non vorrei che lei pensasse che io volessi..
LEI: No!
LUI: ..che volessi..
LEI: Oh no! Davvero!
LUI: ..importunarla.
LEI: Via, si vede. Lei è una brava persona. Per questo l'ho apprezzato. Soltanto..
LUI: Ancora non riesco a credere che lei sia qui.
LEI: Io volevo solo capire.
LUI: Ha ragione.
LEI: ...
LUI: Io avevo bisogno di dirglielo. (Fa un gesto che lascia intendere confusione)
LEI: Ma si sente bene?
LUI: Sì sì, certo. Sto benissimo. Dannazione, mi vergogno! Sinceramente... non so come.. mi vergogno proprio. La prego di perdonarmi.
LEI: Sento che c'è qualcosa che non va. E' sicuro di non aver bisogno?
LUI: Ma sì. E' soltanto un mio..
LEI: Se lei crede...
LUI: ...un mio problema...
LEI: ...la posso aiutare.
LUI: ...niente di che. Come, scusi?
LEI: No, dicevo, se vuole.. può parlare. Vede, il treno oramai l'ho perso, ma non si pre...
LUI: Ah, dannazione! Accidenti a me!
LEI: Davvero..
LUI: (gridando) Ah, miseria! Che egoismo! Ma come ho mai potuto entrare senza permesso nella sua vita? Lo vede? (riprende toni bassi) Vede, io... Io.. voglio dire.. tutto questo è solo colpa della mia debolezza, di tante cose che non capisco. Mi sono lasciato trasportare dall'istinto, e ora sono qui con lei, a farfugliarle in faccia le dichiarazioni di un pazzo. Ma mi creda, ho dovuto farlo. Io.. il mio carattere sensibile, tanto tempo fa, mi ha portato a fare uno di quegli errori che si è destinati a portare sulle spalle un'intera vita. Sì, la mia sensibilità mi ha portato a innamorarmi. E follemente, senza ritorno. Io spero che capisca, amare significa incatenarsi alla vita, significa sposarsi con ogni istante. Parlare, parlare diventa un fatto secondario, nessuna parola ha più il senso di prima. Fa paura comunicare con gli altri, perché si ha la netta impressione che nessuno possa più ascoltarti, e tantomeno comprenderti. A malincuore ho dovuto fare questa scelta, poiché altrimenti non avrei più vissuto, non avrei sopportato le atroci miserie di una vita a metà. Ho fatto la mia scelta, e ora pago con il mio silenzio, con tutto ciò che ho abbandonato, col sudore che ho lasciato tra le lenzuola. Ora si immagini di non parlare più, proprio come sta facendo ora.. sì, come adesso, ma per intere ore, giornate, poi settimane, mesi.. non le fa già uno strano effetto? Non si sente murata dentro di sé? Come può pensare che tale situazione possa essere sostenuta per così tanto tempo? Come non si può, dopo tanto, sentirsi morire? Oh, via, ma lei che colpa ne ha? Non posso pretendere che lei mi capisca, o che addirittura mi dia ragione. Sono motivi futili, come parlassimo di nulla. Lei ha perso il treno, e io forse ho perso la testa. Ragione per cui ho sfruttato la sua innocenza e perché no, la sua ingenuità, per riversarle addosso parole, quelle parole che oramai tantissimo tempo fa avrei dovuto rivolgere a un'altra persona. Non mi resta che domandarle sinceramente perdono, e in seguito non rivederla nuovamente, per sempre. (Fa un leggero inchino)
LEI: (si guarda rapidamente alle spalle, confusa) No, la prego...
LUI: (la osserva)
LEI: ...davvero, la prego, lei non deve scusarsi di nulla. Io sono.. (solo ora le si scorge sul volto una lievissima lacrima) Non si preoccupi e basta, d'accordo?
LUI: (si rialza lentamente, e la guarda negli occhi) Sono lusingato che lei abbia capito. Avrei dovuto aspettarmelo. Lei.. lei è davvero straordinaria. E posso dirglielo senza conoscerla minimamente. (Le porge un fazzoletto bianco)
LEI: Oh, grazie infinite. (Lo prende) Senta, non vorrei sembrarle.. insomma, insensibile, ma vede.. io proprio non so che dire. Posso solo dirle che capisco, e che il suo gesto rimane gentilissimo, al di là di tutto. Sarei lieta di conoscerla meglio in un altro momento, e perciò di reincontrarla. No, non deve sparire per sempre. Al contrario.. resti sempre sé stesso, affrontando la situazione con lo stesso coraggio che ha sinora.
LUI: Lei mi lusinga. Io non sono un uomo coraggioso.
LEI: Chi sa essere vero è già di per sé coraggioso.
(Silenzio in scena. I due si osservano, imbarazzati)
LEI: Sono certa che la rivedrò. Ma sinceramente non so quando accadrà.
LUI: Oh, non si preoccupi. Mi troverà di certo, è più facile di quanto creda.
LEI: E come? Mi dica che devo fare, non so nemmeno il suo nome, se è di qui, dove abita.. Non voglio lasciarla...
LUI: Quando si troverà da sola per strada, senza sapere dove va e perché, guardi davanti a sé – una panchina, un muro bianco senza scritte, una fermata dell'autobus. Mi troverà lì, anch'io solo, e le dirò di nuovo che è meravigliosa, come la vedo in questo momento. Glielo prometto.
LEI: (Incerta ma con tristezza) E.. e se non la vedessi?
LUI: Se non mi vedrà, allora probabilmente nessuno mi potrà vedere, poiché non sarò più a questo mondo. Si fidi, e non abbia timore ad aspettare.
LEI: Sì. La aspetterò.
LUI: ...
LEI: ...
LUI: Venga, la accompagno.
LEI: Sì, forse è.. è meglio che ora vada.
LUI: Lo credo anch'io, mia cara.
(Si incamminano verso un binario più avanti)
LEI: Allora.. arrivederla.
LUI: Lo spero tanto.

(Sorridono. La ragazza fa un gesto con la mano, in segno di saluto, e sale i gradini del treno. Lui, sorridendo, resta lì in piedi e aspetta la partenza. Man mano che il treno prende velocità, le luci si abbassano convergendo verso il pover'uomo. Cerca nel taschino il suo fazzoletto, ma non lo trova)

SIPARIO

mercoledì 25 giugno 2008

Sigur Ròs - Heima (2007)


Ascoltando tanta musica si finisce sempre per fare degli errori, a volte irrilevanti, tante altre poco ragionati. Trasportato dunque dalla disattenzione e grossolanità di massa, sono arrivato a pensare non solo che i Sigur Ròs appartenessero alla cosiddetta corrente Post-Rock, ma persino che oramai fossero divenuti un gruppo al pari degli altri. Devo credere che la folgorazione mi abbia colpito guardando “Heima”.
Parte prima: dove si narra la mia vicenda con i Sigur Ròs, i loro lavori e tutto quanto, fino a ieri sera.
I Sigur Ròs mi sono piaciuti quasi subito, anche se l'impatto iniziale è sempre un po' straniante. Di sicuro la cosa più difficile da digerire sono i testi rigorosamente in islandese, che mi hanno reso un po' difficile anche l'approccio con il meraviglioso Ágætis Byrjun (nonostante sia, come dice il titolo tradotto, un buon inizio). In seguito tutto è proceduto senza ostacoli preoccupanti, finché il famoso disco senza titolo “( )” mi ha cambiato la vita. Nel senso che da lì la musica ha cambiato faccia per davvero, che ogni cosa aveva inizio e fine nei primi e ultimi istanti di questo capolavoro. La mia maniera di vedere la vita ha assunto la forma di una parentesi: nel mezzo, ho capito che non avrei potuto scorgere nulla, anche se ci fosse stato. Perciò ho pensato di lavorarne i contorni, e di essere felice semplicemente per quello che era e per quello che io potevo fare. Ed è stato quasi sempre così. Per il resto, “Von” non mi ha entusiasmato, poco di più “Takk..” (certamente incompleto) e pochissimo il recente “Með Suð í Eyrum Við Spilum Endalaust”, del quale mai riuscirò a pronunciare il nome, che giammai mi servirà (visto che lo chiamerò “quel disco là”, con un po' di disprezzo).
Per il resto, ciò che mi ha reso felice è stato l'intermezzo di “Hvarf/Heim”, la cui seconda parte mi ha riservato un live acustico di emozione pura, una summa della poetica dei Sigur Ròs, da lasciare senza fiato. Ora vivo felice coi miei dischi del gruppo, sapendo che la loro essenza più pura e inimitabile si è consumata fra il 1999 e il 2002, un triennio che li ha consegnati alla storia.

Parte seconda: dove si narra l'avvento di “Heima”.
La mia curiosità per questo docu-film è cresciuta nel tempo, finché proprio ieri mi sono deciso, e con ansia ho atteso che facesse sera per chiudermi in camera e dedicarmi soltanto ad esso. Sono partito senza alcuna informazione, lanciandomi nel bel mezzo di questa esperienza illuminante.
“Heima” significa “a casa”, e infatti i nostri beniamini li troviamo proprio a casa loro. In Islanda, per un'intera ora e quaranta minuti. Attraverso immagini nitidissime, i Sigur Ròs ci raccontano il loro tour gratuito del 2006 in territorio islandese. Tornati dal successo dei concerti in giro per il mondo, i nostri fanno un regalo solo ai loro conterranei, offrendogli concerti intimi, scarni e decisamente più sinceri di quelli sul palco. Un momento dedicato solo a loro, nel nulla che delinea l'Islanda. Episodi fuori dal mondo “civile”, come la loro musica.
Le riprese sono incentrate, molto più che sulla band al lavoro, sulla gente che li ascolta: donne, uomini, bambini (tanti), anziani. Sono tutti invitati a prendersi questo momento di liberazione, e di orgoglio per il gruppo figlio della loro meravigliosa terra. Le inquadrature degli esterni, leggermente mosse dal vento, sono di per sé commoventi. Lì sanno davvero cos'è la pace, la quiete. Lì sanno cosa significa vivere.
Ogni istante di questo film è dedicato dai Sigur Ròs alla loro amata patria. La musica, se non fosse per la nostra opinione, non sarebbe altro che una colonna sonora come altre. Siamo noi a non poterne fare a meno, perché abbiamo riconosciuto in essa una musica estemporanea, fine a sé stessa, che non ha uguali in nessun luogo di questo mondo.
Non ci resta perciò che iniziare questo viaggio a mente vuota, lasciandoci cullare dai brani (volutamente) più delicati e toccanti del gruppo, quelli che più li hanno caratterizzati come una realtà fondamentale dei giorni nostri. La voce di Birgisson diventa narratrice dei luoghi che i nostri occhi possono ammirare, allibiti. Panorami che lasciano spazi infiniti davanti a loro, edifici abbandonati per sempre, immense pianure solcate dal gelo nordico. Gli elementi che mi hanno fatto capire che una musica come quella dei Sigur Ròs poteva nascere solamente qui, lontano da tutto e tutti.

Parte terza: dove si giunge alle conclusioni – forse un po' affrettate – di questo viaggio indimenticabile.
I Sigur Ròs hanno compiuto la magia oltre la magia: i loro brani, dietro una tacita biografia visiva, raggiungono il sublime, facendoci dimenticare per un paio d'ore scarse tutti i prismi psichedelici, i Re Cremisi urlanti e le terre grigio-rosate. I Sigur Ròs non suonano Post-Rock, suonano come suonano i Sigur Ròs, cioè come non suona nessun altro.
Partendo da Glòsòli, passando per Olsen Olsen, Vaka, Staràlfur e chiudendo sulla allucinante Popplagið, le mie pupille si dilatano riempiendosi di piacere. Vado a letto rinfrancato, accompagnato dalle ultime strazianti note dei titoli di coda (Untitled #3), consapevole che le immagini di poco prima mi hanno reso meno solo. Finalmente mi sento anch'io a casa.






(Staràlfur, estratto da "Heima"_ il brano che considero il loro capolavoro)

venerdì 20 giugno 2008

Art Review - Andy Warhol

Andy Warhol è il più famoso artista del movimento Pop-art.
Il suo obiettivo fu duplice: elevare gli oggetti di tutti i giorni (foto di giornale, scatole da supermercato, divi del cinema) al livello di opere d'arte e quindi, al tempo stesso, sminuire l'arte portandola nel quotidiano. Il tutto attraverso serigrafie colorate e schizzi ben definiti.
In poche parole vi ho riassunto quello che ho espresso in diverse pagine sulla mia tesina d'esame. O sono un ottimo riassuntista, o sono un cialtrone.
Vi ho selezionato, fra tante, alcune immagini che mi piacciono particolarmente. La scelta potrebbe sembrare affidata al caso, e forse era proprio l'effetto che volevo ottenere, perché a Warhol sicuramente sarebbe piaciuto di più così.


Last Supper (Black-Green)




Black Lenin


Coca-Cola Bottles

Electric Chair Series

Mick Jagger



Orange Disaster



Suicide


Marilyn (Twenty Times)

Beethoven

Cow

mercoledì 11 giugno 2008

Invito alla lettura - "Bartleby lo scrivano" di Herman Melville


P.S. (pre scriptum): tutti sappiamo cos'è Moby Dick, il coraggioso capitano Achab e tutta quella faccenda. In pochi però si ricordano dell'autore. Sì, proprio Herman Melville. E grazie, c'è scritto qui sopra. Beh, a intuito direi che ancora meno di voi conoscono il racconto di cui vado a parlarvi. Silenzio in sala.

Se c'è una cosa che può fare imbestialire uno scrittore è morire prima di diventare famoso. Poiché alla fine lo scopo di tutti gli scrittori è passare alla storia, no? Gli scritti ad altro non servono se non a rendere immortali. Ma se tu muori prima che i lettori ti idolatrino, pur raggiungendo ugualmente il tuo scopo, non lo saprai mai. Brucia, questa cosa.
E' proprio ciò che è successo al povero Melville, che dopo innominabili fatiche di stesura e pubblicazione non si è visto sufficientemente (ap)pagato dall'esito della sua opera magna. Di lì a qualche decennio Moby Dick sarebbe divenuto uno dei romanzi più celebri dell'epoca moderna. Capirete bene che Melville, ovunque sia, ce l'avrà a morte con l'umanità intera, visto che i soldi servono in vita e non dopo.
Ma non siamo qui per parlare di rancori dell'aldilà, di mattonazzi e di denaro. Siamo qui per cercare di far conoscere a qualcuno un'opera che possa rendere giustizia agli insuccessi dell'autore. E trattiamo quindi di un racconto, il racconto di Bartleby, lo scrivano (1853). Una storia alquanto essenziale, che ruba davvero poco tempo ma che ha tutte le carte per soddisfare qualunque lettore.
Siamo in uno studio legale, dove un avvocato si serve di alcuni dipendenti per ricopiare, analizzare e correggere del lunghi documenti cartacei. L'atmosfera equilibrata del luogo viene smossa da un elemento che, di per sé, l'equilibrio non lo rompe affatto. Bartleby è un soggetto incredibilmente silenzioso, ma diligente e serio nel suo compito allo scrittoio. I suoi modi sono educati, il suo volto non lascia trasparire segni di rabbia o di ilarità.
Bartleby ha una sola caratteristica ben definibile.

In tale esatta posizione sedevo, quando lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò:
- “Avrei preferenza di no.”
[...] Lì per lì mi accadde di pensare che le mie orecchie non avessero udito bene, o che Bartleby avesse del tutto frainteso ciò ch'io intendevo dire. Ripetei la mia richiesta con voce più chiara che potei, ma, con tono altrettanto chiaro, mi giunse la medesima risposta dianzi udita:
- “Avrei preferenza di no.”
“Preferenza di no?” gli feci eco, alzandomi in grande eccitazione, e attraversando la stanza d'un balzo. “Come sarebbe a dire? Cosa vi prende? Voglio che m'aiutiate ad esaminar codesto foglio, prendetelo,” e glielo gettai.
- “Avrei preferenza di no,” diss'egli.

Ora immaginate che questa assurda sequenza si ripeta più e più volte. Potete ben dedurre che la cosa si faccia alquanto esilarante. Innumerevoli, banali richieste di collaborazione ed una sola, concisa risposta negativa. “Avrei preferenza di no”. Un rifiuto assolutamente naturale, categorico ma per nulla impositivo. Quella di Bartleby è una “preferenza”, ma davanti alle sue risposte nessuno sa come comportarsi. Quell'affermazione smonta tutte le certezze degli interlocutori, fino a farli impazzire di rabbia repressa. Una sciabola che taglia in due tutte le nostre certezze, il nostro costume e la nostra cultura del lavoro.
L'impotenza davanti a questa irrazionale protesta pacifica porterà a conseguenze concatenate tra loro, rendendo ancora più assurdo il quadro narrativo.
La litanìa di Bartleby da spassosa diventerà sempre più rassegnata, malinconica e profonda. Essa rivelerà successivamente un dissenso più generale, arrivando in pratica al rifiuto di ogni scelta esterna allo scrivano. In sole 50 pagine (scarse) Melville riesce a offrirci questo e tanto altro, lasciando aperti molti interrogativi.

Ecco di seguito gli effetti previsti su alcuni tipi di lettore:
- Lettore filosofo-logorroico-incontentabile: l'apparenza lo ingannerà, offrendogli parecchi spunti di riflessione individuale, oltre a una montagna di interpretazioni possibili della vicenda (molte delle quali sono esplicate nell'edizione da me consigliata);
- Lettore ingenuo, incuriosito dal semplice passaparola: si farà delle grasse risate, e consiglierà la lettura a due sole persone. Dopodichè si dimenticherà a tempo indeterminato di averlo letto;
- Lettore prossimo all'esame di Stato: cercherà un modo qualsiasi per inserire il racconto nella propria tesina, trovando un collegamento campato per aria ma di cui convincerà tutti grazie alle sue doti persuasive (specialmente se di sesso femminile piacente);
- Lettore “vittima”: il libro gli è stato consigliato da un qualche fanatico (per esempio il “Lettore ingenuo”) che vuole sapere la sua opinione entro due giorni. Lo leggerà in gran fretta, saltando interi paragrafi.
“Allora, piaciuto eh? La prima volta che l'ho letto mi ha davvero sconvolto. Semplicemente assurdo, dai. Una cosa così non capiterà mai nella vita reale. Ci sono rimasto, sul serio. Ma dimmi un po' le TUE impressioni”.
“Avrei preferenza di no”.

Edizione consigliata: Universale Economica Feltrinelli, “I Classici” (6 euro)

lunedì 2 giugno 2008

EP - Ahleuchatistas: The Same And The Other


Sono periodi un po' così. Possono capitare a chiunque: stanchezza, giramenti, problemi vari... Le possibilità per uscirne sarebbero due, ma visto che l'opzione “prendersi una pausa” raramente è contemplata, non resta che accelerare fino a procedere per inerzia, fino a non rendersi conto di nulla. Abbiamo sempre più bisogno di certezze, sogniamo il “già pronto”, la perfezione.
E' un film che, almeno una volta, ci siamo sorbiti tutti.
Nel mio caso trattiamo di un periodo alquanto nebbioso: quel famoso “film” è un tenero mattone che non mi permette di reagire, lasciandomi coi popcorn in mano, ad aspettare. Il mio istinto da piccolo psichiatra mi fa pensare che, per questo e altri motivi, il Math-Rock possa dare un qualche sollievo a questa sete. E' come sapere che 2 più 2 fa 4. Un pilastro irremovibile, cui ci aggrappiamo tutti avidamente, sapendo che è fra i pochi rimasti.
Ultimamente è diventata come una fissa: trovare qualcosa che non abbia sbavature, che non ti lasci degli spazi aperti per fantasticare, perché ormai quei tempi stanno andando. E' il momento di porre dei limiti, schematizzare (volenti o nolenti) il tempo e lo spazio.
Così mi sono affezionato agli Ahleuchatistas: i loro album costituiscono certamente alcuni dei più felici esiti del Math-Rock targato XXI secolo; è originalità pura, forse il fulcro di un intero filone musicale. I risultati ottenuti da questo trio (chitarra, basso, batteria) sono finora sbalorditivi, anche se col tempo forse non presenteranno più quella freschezza tipica degli inizi.
Fatto sta che metto alla vostra attenzione quello che per me è il più completo e allucinante dei loro lavori: “The Same And the Other” (2004), il capitolo più breve di tutti. Dopo l'imperfetto esordio “On The Culture Industry” i nostri decidono che non è più il momento di stare attenti ai gusti della massa: sciolgono perciò le catene e si danno ad una composizione rigorosa e precisa, ma anche frenetica e coinvolgente. Una formula che funzionerà alla grande anche nel successivo “What You Will”.
Ora, davanti a certe affermazioni, i più prevenuti pensano (giustamente) che il Math abbia un grosso ostacolo che in pochi superano: unire alla “matematica” una melodia (o qualcosa di simile) che provochi piacere, e che non sia solo una noiosa lezione di tecnica/coordinazione/virtuosismo. L'esempio per così dire negativo potrebbe essere “OV” degli Orthrelm, quel mattonazzo inconcepibile da 45 minuti senza sosta: tutto sorprendente davvero, ma manca di certo il godimento di cui c'è bisogno per intrattenere un qualsiasi ascoltatore medio per tre quarti d'ora. Bene, il polo positivo allora è di certo “The Same And The Other”, che nella sua brevità ti lascia la voglia di riascoltarlo, anche più volte di seguito. Conciso e incisivo, dal primo all'ultimo secondo.
Come per tutti i gruppi del genere, però, la celebrità è un'utopia piuttosto fondata. Ho pensato che davvero poche migliaia di persone (pochissime, direi) avrebbero potuto accedere a queste opere: in particolare, “The Same And The Other” è andato fuori stampa in breve tempo. Ma, neanche a dirlo, dopo qualche ascolto e ricerca su Internet cosa scopro? Che proprio quest'anno, a febbraio 2008 il vecchio John Zorn li ha ripescati, fatti rimasterizzare e pubblicati su Tzadik (con 5 bouns tracks)! La mia felicità ha toccato il limite nel pensare che il genio Zorn, come me, ha apprezzato questa meraviglia di disco, e le ha fatto spazio nel suo rinomato catalogo. Ciò mi dà la certezza che lo comprerò a breve, e che forse un maggior numero di voi lettori si incuriosirà. Lo spero per voi.
Non perdete questo gioiello strumentale che sfiora la perfezione compositiva, oltre a incarnare queste nuove necessità dell' Homo Sapiens moderno amante di musica (cioè io).
Voto: 4,75/5
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