C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

mercoledì 28 maggio 2008

A una stella cadente

Era fermo
e non lo sapevo.

Secoli eterni non videro
pioggie sì serene
tra le mura medievali.

Non so più distinguere
pianti
gioiosi e melanconici.

Il tuo timido
candore mi richiama
al presente, e celebra
le mie nozze con
la vita.

domenica 25 maggio 2008

Zornography


Annuncio la cauta apertura di questo nuovo blog, edito da me medesimo in carne e ossa e senza controfigura: "Zornography", la completa edizione periodica della discografia di John Zorn. Un progetto che nasce dall'amore (per la musica di Zorn) e da una consapevolezza ben precisa (che a poca gente interesserà davvero).

L'intento è duplice: introdurre i meno esperti assetati di avanguardia a questo incredibile compositore, oppure aiutare chi già conosce il genio Zorn a completare la sua vastissima (per davvero) produzione musicale. Una roba che, insomma, mi prenderà piuttosto tempo e Kilobyte sul computer.
Ambizioso sì. Ma sento che prima o poi avrei dovuto farlo, essendo tale progetto ancora mai intrapreso da nessun blogger, hoster o hacker della rete tutta.

Il link, signori, è molto semplice:


Se vi fa schifo scritto per intero, eccovi un link più discreto: Link
Se non ve ne frega nulla né dell'uno né dell'altro, non cliccate da nessuna parte, o al limite sul pulsantone rosso in cima alla finestra.


PS: è ancora sotto pesanti lavori di costruzione. Abbiate pazienza per l'aspetto ancora spoglio, anzi "tradizionale". Apporrò diverse modifiche nel tempo più breve possibile. Intanto però, i post ci sono.

mercoledì 21 maggio 2008

Invito alla lettura - "Revolutionary Road" di Richard Yates


Tale libro mi è stato consigliato dal buon gb, quel mattacchione. Lo ringrazio da subito per l'ottima dritta, visto che me lo sono letto quasi d'un fiato. L'ha commentato anche lui, a suo modo.

Appena dopo un capitolo, anzi meno, si possono comprendere 2 cose di questo libro:

1)Richard Yates deve amare molto il cinema, visto che la naturalezza dello scenario e l'incredibile quantità di dettagli fanno sembrare da subito “Revolutionary Road” un film. Un bel film, di quelli che emozionano anche quando non succede nulla.
2)Non siamo davanti al solito libro americano scritto dal solito invasato americano con la sua solita filosofia dannatamente americana. Siamo di fronte ad un romanzo importante, che porteremo senz'altro nel cuore.

L'autore trasforma così la (apparentemente) semplice vicenda di Frank e April Wheeler in un modello, un luogo comune, una storia già sentita ma di cui non si è parlato abbastanza. I Wheeler diventano la matrice di tutte le coppie americane, affette da abituali crisi di devastante degrado sociale.
I loro problemi risalgono a molto prima di quando li hanno scoperti, e lungo l'intreccio di quest'opera mozzafiato possiamo seguirne il lento emergere, sentendoci partecipi e, perché no, protagonisti e complici. Sarà un caso, ma ogni paragone o aggettivo scelto da Yates ci suona familiare, viene da pensare: “Proprio quello che penso della tal persona!”, oppure “Mi sono sentito così giusto una settimana fa”.
Prima d'ogni cosa, “Revolutionary Road” trasuda umanità da ogni riga delle 400 pagine: è perciò impossibile non venire coinvolti, sorprendersi assieme ai due personaggi, capire assieme a loro come siamo diventati tutti noi, al contempo. Mangiamo, parliamo, piangiamo con loro. Ci sentiamo oppressi da quegli amici che credevamo tali e invece si rivelano delle mediocri marionette; ci sentiamo oppressi dalla signora Givings, una arzilla vecchietta che ha come unico passatempo venirci a trovare a casa per parlare di futili eventi; ci sentiamo oppressi dalle cose di ogni giorno, da chi ci circonda, dal nostro partner e da noi stessi. E l'oppressione, prima o poi, porta all'esasperazione, al ripiego, al tradimento, alla nausea.
Il problema peggiore avrà quando progetteranno di trasferirsi in Europa e di lasciarsi alle spalle la vecchia America. Sarà da questo momento che si susseguiranno innumerevoli vicende drammatiche, sino ad arrivare al terribile e toccante finale.
Così, come negli altrettanto meravigliosi “Short Cuts” (America Oggi) di Robert Altman, Yates ci regala un solido affresco degli Stati Uniti, nel pieno del loro progresso economico ma irrimediabilmente già alle porte della rovina. Una lettura veramente forte e inarrestabile, un fiume di sequenze neorealiste dal sapore agrodolce. Un dolce pugno nello stomaco.
Imperdibile, soprattutto se volete ricredervi sulla letteratura americana che finora vi ha lasciati freddi. Forse un episodio isolato, ma che li vale tutti.

Difficile riassumere in poche righe l'intera trama, complessa nel suo svolgimento. L'unico consiglio che posso darvi è di cercarlo ovunque (non si trova molto facilmente) e divorarlo. Senza se e senza ma.
Ps: verso dicembre 2008 dovrebbe uscire, guardacaso, il film. Esso vedrà riunirsi il cast del Titanic (Di Caprio-Winslet). Perché sto tremando?
Edizione consigliata: Minimum Fax (Minimum Classics)

mercoledì 14 maggio 2008

Echec et mat

Rampa, rampa, rampa, terra.
Ogni giorno, tutte le mattine, se sperava che l'ascensore si schiodasse dall'ottavo piano. Chissà poi che cazzo c'avevano da fare sempre su e giù a trasportare bambini, animali, borse della spesa e di nuovo su giù su giù. Ci si divertivano, furiosamente.
Aveva anche perso l'abitudine di spingere il bottone: guardava, frazione di secondo, scale. A volte, pur accortosi che era lì, tirava diritto con uno sguardo da persona che non può perdere tempo o non vuole. Fuori dalla porta, avanti, giù dai gradini di marmo. 83. Sempre quelli.
Aveva la cadenza di un rito, preciso e mai rapido. Naturale, come uno scivolo.

Tatap-tatap-tatap-tap (tap, tap).
Tatap-tatap-tatap-tap (tap, tap).

Nessuno prendeva le scale. Ottenere l'ascensore diventava una guerra, ma la gente ama le sfide: svegliarsi presto, uscire, spingere, tornare a prendere il necessario e correre a fermare i portelli, prima che si richiudano per risalire ai piani alti e dover ricominciare tutto da capo. Allora scale, basta.
Poi gli eventi casuali non c'entrano. Però certo, è strano. Ma quando fai le cose meccanicamente, insomma senza il bisogno di ragionare, è perché sai che non può accaderti nulla. Arrivato a una certa rampa un giorno, si sentiva come sempre certo di trovare terra dopo, la fine delle scale. In quel frammento tra la fine della rampa e il muro ad angolo retto, in una miliardesima parte di una smisurata vita intera, si trovò di fronte un'altra rampa. Che non avrebbe dovuto incontrare.
La sua mente, durante la discesa, contava senza pensare, come una distanza ripetuta all'infinito, sai quanto e cosa aspettarti. Un tilt subitaneo, quello, e per un istante ancor più breve il suo pensiero non c'era. Assente. Bloccato dentro, nei nodi più saldi e nascosti del cervello: sfilacciati, smagnetizzati per un momento così breve da non esistere quasi. Niente di grave, diciamo: una volta affacciatosi sulla soglia del mondo razionale, tutto è tornato come prima, la solita discesa agli inferi della rovente, venosa città degli uomini.
Fortunatamente non è difficile farsene una ragione, ma di lì sai che cedere sarà ovunque e in qualsiasi situazione. Solo un assaggio, amaro forte.

sabato 10 maggio 2008

EP - Battles: Mirrored


“People won't be people when they hear this sound” (Atlas)

E' uscito soltanto l'anno scorso il primo disco in studio ufficiale dei Battles, che prima erano pensati come un “semplice” progetto. Oggi, avendo tra le mani “Mirrored” possiamo tranquillamente affermare che si tratta del disco più innovativo di questo secolo.
E' necessario chiarire da subito: questo disco non è perfetto (tutt'altro) e non è esattamente un capolavoro, anche se ne ha le sembianze. La sua importanza risiede, tutt'al più, nel fatto che inscena un genere praticamente inesistente, definito in mille modi diversi dalle varie riviste musicali. Possiamo trovarvi di tutto: principalmente Math-Rock, ma anche Post, Prog, minimale, elettronica... E' un condensato di generi che normalmente fanno fatica a convivere in una sola opera: i Battles sono quindi fondatori, punti cardine e ispiratori di una potenziale nuova era.
Senza addentrarsi in un'analisi che potrebbe risultare poco chiara e forse oltremodo noiosa, vi esporrò i tratti che saltano subito all'orecchio durante un primo ascolto, che in quasi tutti i casi si rivela insufficiente (per soddisfazione e comprensione). Il primo elemento che fa amare questo disco è il ritmo: un ritmo che è vita, che non si toglie di dosso, che ti fa agitare i piedi anche alla fine dei brani; non è soltanto un martellamento di base per acrobazie stilistiche, ma parte integrante e capostipite della musica in questione. Senza di esso, nulla avrebbe il senso che ha.
In secondo luogo, la creatività: gli improbabili accostamenti sonori, solo qualche volta stridenti, mentre tutte le altre semplicementi geniali. Ancora mi domando come possano essere stati concepiti brani come Ddiamondd e Rainbow (per me l'apice di fantasia nel disco), che sprizzano energia ad ogni diversa tonalità. Semplicemente non lo trovo di questo mondo, un album così ricco.
Ultima considerazione, la tecnica: quattro fenomeni, provenienti da esperienze analoghe ma sostanzialmente differenti, si riuniscono in una formazione esplosiva nel vero senso del termine. Ian Williams (ex componente dei Don Caballero) si è sapientemente affiancato un polistrumentista originale come Tyondai Braxton e un batterista violento come John Stanier, oltre ad un altro bassista/chitarrista (il meno pazzo della combriccola). Un mix senza freni, coordinato al massimo ed efficace in ogni aspetto, in studio e non.
Non accontentatevi di un solo ascolto, poiché successivamente non potrete più farne a meno. “Mirrored” è il manifesto surreale del 2000, un successo che ha già girato il mondo e che è passato sulla bocca di tanti appassionati, e non a torto.
Una formazione da amare, un disco strabiliante e allucinante. Da avere e adorare.
PS: ho da poco visto una delle due date italiane del tour. Non sono mai stato così soddisfatto di un concerto, prima. Un'esecuzione magistrale (da segnalare Race In, Tonto e Tras), una carica ancor superiore al disco, un talento che solo lì davanti a loro è chiaramente visibile. Temo però che non torneranno mai più. Posso solo lasciarvi un paio di foto e il disco, che vi obbligo a prendere.

Voto: 4,9/5
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lunedì 5 maggio 2008

Art Review - William Bouguereau

Le opere di Bouguereau sono affascinanti per la loro incredibile espressività e al tempo stesso per il realismo con cui i soggetti vengono rappresentati. Anche i personaggi mitici o simbolici assumono dunque una loro incarnazione terrena, con trattazioni morbide e sensuali per i soggetti femminili e una maggiore naturalezza e sensibilità per i bambini.
Ogni quadro dell'artista viene definito nei più minimi dettagli, e fra le centinaia di opere è stato arduo sceglierne solo otto, da presentare a voi, a chi non lo conoscesse, a chi probabilmente lo amerà.
E' consigliabile (se non obbligatorio) vederle in formato più grande, semplicemente cliccando sulle immagini.
Buona visione.


Amour à l'affout




La jeunesse de Bacchus



Nymphes et satyre

Biblis


Les jeunes baignantes

Dante et Virgile au Enfers


Douleur d'amour





Le ravissement de Psyche

giovedì 1 maggio 2008

Ephèbe

Cercava la morte, nei vicoli più stretti della città e nella sporcizia, nelle piccole cose d'ogni giorno, nella confusione. La cercava avidamente, poiché fin troppo aveva atteso nella sua stanza, a piangere come tanti anni prima. Si guardava attorno, e gli altri sorridevano per far credere che tutto andasse al meglio, mentre dentro si rodeva cercando un segnale, qualcosa.
L'unica cosa che aveva per la testa era anche l'unica che non serviva: necessitava di immagini perlomeno umane, che sapessero dare un briciolo di fiducia nel breve futuro che si trovava malauguratamente di fronte. Il tempo intanto sembrava prendersi gioco di quell'ombra, prossima al completo prosciugamento dell'animo. Poiché se di morte pura non poteva morire, allora così avrebbe conosciuto la propria fine. Dolorosa, sì. Necessaria, anche.
Quando glielo avevano raccontato non ci aveva fatto molto caso. Ora ci sguazzava dentro; ogni tanto si accorgeva di sogghignare, e non sapeva perché. Forse perché ancora non sapeva di trovarsi nella medesima situazione. E non ne parlava a nessuno.
Se anche avesse voluto conforto, da chi avrebbe potuto ottenerlo? Da chi non sapeva, da chi poco se ne interessava, da chi non ci credeva. A conti fatti, era meglio così. Ma dov'era la morte, giusto quando serviva? La morte naturale, sottinteso. Quella che si prende solo la gente vissuta e la gente che non la vuole. La morte vigliacca, quella che si fa vedere ogni tanto e poi se ne va senza nemmeno salutare.
Camminava, ogni tanto lei appariva e subitamente si nascondeva. Ma non smise di cercare: la poteva trovare solo nei luoghi dimenticati, nella miseria, in coloro che vedevano la vita allo stesso modo, come un'attesa di niente. Come un caval donato da un dio beffardo.
Quando la trovò, era passato sin troppo tempo e pensò che forse, in quel momento, avrebbe accettato anche il conforto meno gradito, quello che chiunque avrebbe potuto offrire, nella propria semplicità, nel proprio insensato amore per la vita. Che, in fondo, era pur sempre un conforto.
L'orgoglio e la fatica però vinsero.
Cercava la morte, poiché della vita non sapeva più che farsene.