C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

lunedì 28 aprile 2008

EP - The Who: Tommy


Disco che detiene la carica di prima vera rock opera, “Tommy” (1969) è un fondamentale pezzo di storia: un racconto che ha del surreale, intrigante e contornato da composizioni antologiche. La celebre vicenda del bambino cieco/sordo/muto viene narrata con musiche davvero appropriate, ideate dalla mente geniale di Pete Townshend, che mai più ripeterà un tale successo.
Una storia altamente drammatica, nella quale il piccolo Tommy vive un'infanzia infelice, maltrattato da genitori, cugini e zii troppo crudeli per esistere davvero: tutto ciò fino al momento in cui, diventato grande, comincia a giocare al “pinball” (il nostro flipper) sino a diventare campione imbattuto, nonostante i suoi difetti sensoriali. Il suo successo, dopo la guarigione, sarà l'arma con cui egli stesso si distruggerà, travolto dal dissenso della folla accortasi d'aver creduto in un falso mito.
Una prova non facile per il cantante Roger Daltrey (che impersona praticamente tutti i protagonisti) e per Townshend stesso, che riesce a rendere la chitarra acustica ancora più penetrante dell'elettrica. I toni generali ingannano: se le musiche delineano infatti una sensazione neutrale, la narrazione segue una trama feroce, della quale potete trovare l'intero testo nel booklet.
Va tra l'altro detto che siamo nel 1969, quindi non proprio ai giorni nostri. Del resto, tale anno ci ha dato altri capolavori di svolta della musica rock.: questo non fa altro che confermare il cambio di rotta, in una maniera meno progressiva, ma con un folk ugualmente innovativo. Potente, talvolta toccante, un episodio assolutamente mai ripetuto.
I numerosi brani si susseguono senza pause, e sono saldamente legati fra loro per rendere omogenea la narrazione: i passaggi più interessanti, a mio parere, sono “1921”, “Christmas”, “Cousin Kevin” (uno dei più drammatici), “Go To The Mirror!” e “Sally Simpson”.
L'estrema complessità dell'insieme (sebbene di facile ascolto) è ardua a descriversi. Se perciò non siete (ancora?) a conoscenza di questo colosso, non esitate oltre.

Note:
- Il voto è basato non solo sul piacere musicale, ma anche sulla rilevanza storica, concordata da qualunque appassionato con un buon orecchio.
- La completezza dell'opera ha ispirato un lungometraggio dallo stesso titolo, con differenti arrangiamenti e la partecipazione di alcuni famosi artisti tra cui Eric Clapton, Tina Turner, Elton John e Jack Nicholson. La parte di Tommy è affidata allo stesso Daltrey, che rende perfettamente il senso di spaesamento e di follia del protagonista. L'unico difetto del film è che fa venire mal di testa: troppi trip psichedelici, di cui forse si poteva fare a meno.

Voto: 5/5
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giovedì 17 aprile 2008

Invito alla lettura - "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway


Santiago è un vecchio. In questa storia sentiremo poco spesso il suo vero nome, proprio perché questo nome non ci interessa quasi.
E' una persona che ispira malinconia, anche senza vederla. E' un uomo sul bordo della vita, eppure continua a vivere per la sola ragione che ritiene degna: la pesca. E' un uomo che nel mare c'è cresciuto, ha visto di tutto lì e conosce ogni minima sfumatura, ogni particolare, ogni meccanica: sa sempre dove dirigersi, cosa pescare e come pescarlo. Ha un fidato aiutante, Manolo, che si fida ciecamente di lui, lo segue nei suoi successi e nei fallimenti.
Il vecchio un giorno si mette in mare, da solo. Prende tutto l'occorrente e parte, per una pesca grossa. La vita, si sa, adora metterci alla prova, per poterci confrontare con noi stessi e cercare di superarci. Inizia così una folle battaglia marina tra il vecchio ed un enorme marlin: un conflitto di strategia, dove i contendenti si misurano e si studiano in ogni mossa, ma anche una vera sfida di resistenza fisica. Il vecchio, già vittima dell'età avanzata, mette a dura prova le sue forze, arrivando quasi a morire dal dolore: eppure la sua determinazione e accortezza lo salvano.
Sono le descrizioni dettagliate e i piccoli gesti a farci sentire quantomai partecipi di questa poetica parabola moderna: il sudore che cola dalla fronte del vecchio, la sua mano insanguinata lavata nell'acqua marina... E' incredibile ritrovarsi lì, su quella barca, dopo tanti anni di esperienza e di fatica – però seduti, immersi in quel centinaio scarso di pagine giallastre, presi come poche altre volte.
Siamo noi, quel vecchio in mezzo all'oceano, possiamo sentire sulla pelle i riflessi del Sole sull'acqua, il lento incedere delle onde a prua, il profumo del cordame ruvido e consumato. Ci siamo ritrovati proprio lì, senza nemmeno accorgercene. E stiamo ritornando a casa, senza alcuna preda, solo con le nostre ferite che lentamente si rimarginano.
Forse qualcuno potrebbe ritenere esagerato il paragone fra questo libro e la nostra vita. Ma sono sicuro che quando vi ci troverete, in quel metaforico mare, ripenserete più attentamente a questa vicenda. E vi vedrete di nuovo circondati dai pescecani, spaventati, ma pronti a tutto per salvarvi.
Il nome del vecchio non ci interessa, perché quel vecchio è tutti e nessuno. Ma ci racconta una storia vera. Somiglia tanto alla nostra.

“È stupido non sperare, pensò. E credo che sia peccato.”


PS: il suddetto romanzo breve è valso ad Hemingway il Nobel per la letteratura, e non a caso: basta leggerlo per capire che non tutti sono capaci di incollarti ad una vicenda con un solo protagonista, in una trama sostanzialmente esile, il tutto dilatato su un intero libro.

Edizione consigliata: “Oscar Mondadori, Classici Moderni”

lunedì 14 aprile 2008

EP - Eluvium: An Accidental Memory In The Case Of Death


Eluvium è la poesia di un istante.

Facile perdersi nei meandri della musica complessa: è d'altronde normale, poiché suole darci più stimoli, inebriarci, riempire l'orecchio di tutti i suoni possibili. Ci illude di trovare una soddisfazione duratura, ma che purtroppo svanisce in men che non si dica. Come tutte.

E d'altronde, abbandonarsi a questa musica spiazza. Perché è nuda. E' la tanto ricercata "descrizione di un attimo".

Un ricordo accidentale in caso di morte. Poche immagini hanno la stessa potenza espressiva, la stessa fugacità. E con questo disco è facile immaginarlo, il momento. Perché è un disco breve. Eluvium non raggiungerà mai più un tale obiettivo, poiché il dilungarsi (ogni tanto) lo penalizza.

Purtroppo, gli istanti hanno il difetto di morire in fretta. Per questo motivo avete sotto mano una dilatazione di quell'istante, che rimarrà ugualmente breve. Quando arrivate alla fine, non siate tristi perché si è già concluso. Ciò che conta è viverlo. E più tardi, se ne avrete la forza, riviverlo.
Non piangete. Immaginate di morire dopo averlo assaporato. Immobili, guardatevi dentro. Capirete che la morte vi spoglia, ma conserva il vostro ricordo intatto. E' il ricordo che vorreste portare con voi per sempre. E così sia.

Voto: -
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domenica 6 aprile 2008

EP - Sex Pistols: Never Mind The Bollocks, Here's The Sex Pistols


Il titolo parla da solo, non c’è molto altro da dire.
"Never Mind The Bollocks" (letteralmente "Sbattitene i coglioni") è l’incisione ufficiale dei Sex Pistols, forse il solo gruppo che con un disco all’attivo ha cambiato la storia della musica. E’ risaputo che se un gruppo funziona bene, esso è destinato ad avere una carriera, gli si prospetta un buon futuro. Purtroppo per questi quattro pazzi non è andata così, ma di certo possono vantare una posizione ultra-privilegiata nel punk in genere.
Questa pietra miliare del 1977 può, a suo modo, essere considerata un capolavoro. E’ un disco di energia pura, all’insegna della trasgressione e del "politically incorrect", che spara su tutto e su tutti senza un motivo di fondo.
"Never Mind The Bollocks" è il simbolo della vera anarchia, quella che una volta si desiderava davvero, non come i gruppi hardcore di oggi. E’ un dissenso che proviene dalle viscere, gridato dalla ruvida voce di Johnny Rotten ed esposto fisicamente dal ribelle Sid Vicious.
"Never Mind The Bollocks" è musica semplice alla base, ma la cui radice innovativa si può sentire da subito. E’ un disco sboccato, ignorante se si vuole, tipicamente giovanile. Ma carico come davvero pochissimi nella storia.
"Never Mind The Bollocks" è un momento da prendersi necessariamente, ogni tanto. E’ il disco dei momenti in cui non si può né si vuole pensare. E’ l’album che sta su da solo, che non dà e non vuole spiegazioni.
"Never Mind The Bollocks" è forse l’unico disco punk che, in conclusione, salverei dall’apocalisse. Ineguagliato sino ad oggi: tanti altri gruppi, i Ramones su tutti, sono importanti, ma davanti ai Sex Pistols sono tutti mezze seghe.
"Never Mind The Bollocks" è un pezzo di storia. Indispensabile perché spoglio, vero, diretto. IL disco punk per eccellenza.
"Never Mind The Bollocks" è un disco fottutamente bello.

Voto: 5/5
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giovedì 3 aprile 2008

Iris

E’ uno di quei giorni in cui piove e non piove. Piove sì, ma anche no.
E’ un giorno dove non sai più distinguere le gocce di pioggia dallo sporco della finestra. E a seconda di quel che pensi, il tuo modo di percepire le cose cambia. Se vedi la pioggia è perché la vuoi vedere, non perché c’è davvero. Le tue pupille sono condizionate dal tuo stato momentaneo, schiave di onde cerebrali nubiformi.
Così Andrea, steso a testa in giù sul letto, guarda il cielo, che capovolto si confonde con la terra. E’ un’enorme distesa bianca, di cui riesce a scorgere solo un pezzettino, quel poco che gli basta per immaginarsi il resto. Da lì non può vedere se piove o no, vede. La gravità attira i suoi capelli verso il pavimento, sino quasi a sfiorarlo. Ha sempre amato la neve, perché quando ricopriva i campi sembrava non volesse finire mai. E forse era davvero così, ma la sua vista non avrebbe potuto discernere l’una o l’altra ipotesi. Desiderava un giorno di trovare sgombra la terra, appianata e spogliata di ogni cosa; e poi guardare così lontano da potersi rivedere, puntare l’occhio sulla sola cosa che mai avrebbe potuto scorgere. Un volgare specchio poteva solo restituirgli un’altrettanto volgare parodia di sé; Andrea non ha bisogno di spiegazioni, vuole solo vedere le cose come sono. Ed ogni cosa, di rimando, sembra soltanto quello che non è realmente.
Allora quella non è pioggia. Sembra pioggia. E non lo è.
La gente dice che è un ragazzo semplice, e forse non sbaglia di molto: ma ciò che mai potranno comprendere è quello che Andrea vorrebbe essere. Tutti si accontentano delle apparenze, ne sono lusingati, ci navigano dentro; se guardano un bambino nato da poco, dicono: "Sembra un angelo", e nel loro cuore piangono al pensare che, figlio di una generazione feroce, non lo sarà mai. Un bambino, solo un bambino.
Andrea non è un bambino, ma lì steso in fondo al letto, a testa in giù, anche lui lo sembra. E non lo è.
Solo che oramai nessuno è più capace di sognare, è preferibile vedere a modo proprio le cose, inventare se necessario. Ma il sogno non esiste più. Nemmeno quando dormiamo: il nostro riposo è pervaso d’ombra, e se qualcosa appare – un’immagine recondita, conservata faticosamente – è solo uno squarcio di realtà, di solita grigia realtà, passata o presente, ma sempre quella. Siamo noi quelli cambiati. E tanto.
Chi può fornirti un sogno? C’è ancora qualcuno che riesca a provocarti una fuggevole, invisibile lacrima? Andrea qualcuno ce l’ha, e tempo fa gli aveva detto:

- Non abbandonarmi.
- No.
- Mi ami?
- Sì. Ti amo.
- E se non ci fossi?
- …
- Se me ne andassi, moriresti?
- Sì.
- Ti uccideresti?
- No. Ma morirei.
- …
- …
- Ti prego, non lasciarmi.
- …
- Ti prego.

Mai. Mai avrebbe spento quella luce viva, la luce iridescente dei suoi occhi eterei. Mai ne aveva visti di così belli.
Ora anche i suoi occhi, illuminati dal cielo bianco, sembrano vivi. E non lo sono.