C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

lunedì 25 febbraio 2008

Soon consuming in Lisbon


Nella mia stanza si avverte già con chiarezza il profumo della partenza. La valigia è ancora vuota, ma ben presto diventerà rigonfia di vestiti e alambicchi vari, tutto ciò insomma che può aiutarmi a sopravvivere per qualche giorno in Portogallo. Una gita tanto attesa, che probabilmente passerà molto più in fretta di quanto immagino, ma sarà pur sempre un attimo di distacco. Forse, mai come ora mi ci voleva un bel viaggetto. Così domani, dopo un viaggio in pullman ed altrettanto estenuanti cechìn all’aeroporto, mi ritroverò magicamente a Lisbona, una città di cui nessuno sa un accidente. La notte sarò costretto a seguire una mandria di infoiati in discoteca (piuttosto la morte, provvederò sul momento) e a gironzolare nelle immediate vicinanze della Residencia Joao, dove farò finta di dormire mentre gli altri giocano a carte e mettono su musica techno a palla.
Ditemi soltanto che è un mio incubo, e che in realtà non andrà così! Ve ne sarò grato.
Comunque, saprò aggiornarvi personalmente al mio ritorno. Spero di trovare un briciolo di ispirazione per nuove composizioni, cosa che ultimamente non accade spesso. Nel frattempo vi abbandono fino a domenica/lunedì (salvo imprevisti, e ce ne saranno), ma vi ho tutti nella mente già da ora, soprattutto (ancora una volta) Corey. Colgo perciò l’occasione per ringraziare nuovamente i fedelissimi visitatori di questo blog e tutti gli amici Debaseriani, in particolare ProgRock e la Shoot. Un sincero saluto, e non fate danni.
Vostro
paloz

sabato 23 febbraio 2008

En passant

Arrivato a venticinque anni ne aveva già avuto abbastanza. Tutta la storia del guidare, del sentirsi padrone del mondo maneggiando con nonchalance il volante non era altro che un’illusione. Raggiunta quell’età, con ormai una sufficiente esperienza, e magari un incidente alle spalle, ti rendi conto di come le automobili siano solo degli scatoloni pieni di boria: a guardarle bene mettono tristezza, tutte in fila belle ordinate, che cercano di rimanere il più possibile dentro alle righe scolorite.
Quando ci hai fatto il callo è la fine: dal momento in cui ti convinci che percorrere quelle strade intrise di odio sia una cosa normale, i tuoi giorni si ingrigiscono, fino a renderti simile all’asfalto. Aspro, inerme. Consumato.
Odiava le automobili, perché ogni automobile ha dentro un sentimento ben nascosto. Troppo facile pensare che le ammaccature sotto al fanale siano frutto di una distrazione, e non di un tradimento o di un voto scolastico poco gradito. Non viene mai da pensare perché il santino di Madre Teresa sul cruscotto non sia stato tolto dal figlio ateo, o perché i vetri posteriori non vengano lavati da decenni. E poi strapiene di baci, tutte queste auto.
Ognuna ne ospita alcuni di diverso tipo. Baci importanti e baci superflui. Il bacio del padre che porta la figlia a studiare da un compagno di classe, quello di una donna che ringrazia l'amico per la sua pazienza, quelli della gente timorosa, che ha paura a scendere da quel veicolo poiché sa che farebbe meglio a tornare indietro. Baci svelti al limite dell’avvertibile, baci che sembrano non finire mai. Magari uno che avremmo fatto a meno di dare, che non era nostro. E più di tutti, quelli che non si sono dati, quelli trattenuti a forza, che non ci siamo mai perdonati d’aver lasciato lì dov’erano, che venivano dall’angolo più profondo dell’essere. Persi nel nulla, diventati i nostri più grandi errori.
Così non ne poteva più, e camminava, guardando i semafori con aria di sdegno, sfregando le scarpe sui bordi delle aiuole, attraversando sulle strisce farsescamente. Triste, forse un po’ solo. A malapena apriva gli occhi, gonfi di vita vissuta.

lunedì 18 febbraio 2008

Art Review - Gustave Caillebotte

The Floor Scrapers




Rue Havely Seen From The Sixth Floor



Paris



Game Birds And Lemons




Pont du Europe


Rooftops Under Snow



Rising Road



Still Life - Oysters

venerdì 15 febbraio 2008

Addio Corey5

L’ho saputo da poco, è vero. Come da poco ti conoscevo, Davide. Non sapevo il tuo nome, per me eri Corey5, un amico per corrispondenza. Avevamo gusti simili, parlavamo con piacere, eppure in pochissimo tempo te ne sei andato. La cosa che ancora mi lascia a bocca aperta è questa: erano poco più di due settimane che avevamo preso a conoscerci, per il resto vedevo solo il tuo nome fra le pagine di DeBaser, dove ti ho conosciuto. Ora tutti gli utenti, costernati, piangono la tua morte. Desidero unirmi a loro senza indugio, poiché non ti dimenticherò. Non riuscirò a scordare di come sei entrato e uscito di scena, frettolosamente, senza volerlo. Questo momento, come altri in futuro, lo dedico a te e a nessun altro. Lo sento, ho una lacrima. E’ tua.
Non ti aspettavi che tutto finisse così, in un istante, come nemmeno tutti coloro che ti conoscevano e ti volevano bene. Non avresti dovuto finire così.
Desidero fra l’altro porgere le condoglianze più sentite alla tua famiglia, anche se non so se le leggeranno. Frequentavi da un po’ il mio blog, e te ne sono riconoscente. Mai avrei pensato a questo. La notizia mi è stata data da Shooting Star, nostra amica, ed era anche lei distrutta, come è ovvio che sia. Ti prego, ora che sei lassù, ricordati di lei, di tutti gli amici che hai avuto, e se vuoi anche di me. Che il Signore ti accolga fra le sue braccia. Mi mancherai, anzi mi manchi già da ora.
Tuo
paloz

martedì 12 febbraio 2008

Morettiana


Caos Calmo (2008) di Antonello Grimaldi

I topi non avevano nipoti.
Ci sono cose reversibili e altre irreversibili. Parti della nostra vita che siamo in grado di cambiare e altre, si sa, che dobbiamo accettare così come sono accadute. Eventi cruciali che creano disordine, e cui spesso reagiamo in maniera sbagliata, inconsapevole, egoistica.
Pietro Paladini ha salvato una vita, ma poco dopo ne ha persa un'altra. Lara ha lasciato il marito e la figlia Claudia. Nel giro di cinque minuti, a partire dai titoli di testa. E' un momento difficile per i protagonisti e per lo spettatore stesso, che si trova a trattenere le lacrime appena sedutosi sulla poltrona. Contenersi non è faticoso, ma il fiato va via ugualmente. L'istinto paterno di Pietro lo porta a rimanere fuori dalla scuola della figlia, per tutto il giorno: abbandona così la sua sede di lavoro, i colleghi lo vengono a cercare, e nel frattempo fa nuove conoscenze. Gente con cui non parla mai, ma con cui scambia gesti e brevi sguardi, che nel loro piccolo hanno un valore essenziale. All'intervallo, Claudia si affaccia alla finestra e saluta il padre, che le sorride.
I giorni passano, tra un panino al bar e un colloquio d'affari. Da quella panchina Pietro vede il mondo con calma, fa ordine nella mente, crea elenchi di parole, di fatti vissuti, si sforza per placare quel tremendo caos dentro di sé. E' il solo modo che ha di reagire di fronte ad una tragedia. E di conseguenza anche la figlia si dimostra molto introversa, si comporta sin troppo normalmente. Nel mezzo di questa situazione delicata, Pietro conosce la donna che salvò quel giorno, in mezzo alle onde assassine. Un incontro destinato a ripetersi, in una scena di immensa drammaticità, sospesa fra sogno e reale, davanti alla quale non si può che restare in silenzio, a occhi spalancati, senza fare commento alcuno. L'apparente ritorno alla normalità segnerà proprio la fine, dove ciò che oramai appariva irreversibile, riesce a ritrovare un equilibrio, anche se molto instabile; una pace momentanea, dove non servono parole per capirsi. Pura magia.
Il regista non è Nanni Moretti, e si vede, ma è chiara la sua fondamentale presenza nella scrittura della sceneggiatura. E' tra l'altro impossibile non fare un paragone con "La stanza del figlio", essendo "Caos calmo" un probabile parallelo di esso: due vicende ripetute in modo differente, la morte del figlio, poi della moglie; due modi di reagire piuttosto simili, con sfoci di disperazione rari, anzi in una volta sola; un solo protagonista, lui, l'unico che potesse rendere in maniera perfetta il soggetto. Chi non apprezza le sue recitazioni non solo non capisce come si debba fare del cinema oggi, ma non ha nemmeno un cuore per cogliere la passione con cui Pietro Paladini viene reso in carne ed ossa.
Certo non mancano alcuni momenti di ilarità tipicamente "morettiana", che insaporiscono gioiosamente questa pellicola fondamentalmente drammatica; sono di quelle risate strane, che già 30 anni fa sapeva donare a chi potesse coglierle.
Avrei avuto, credetemi, molte più cose da dire su questo film, riflessioni che erano nate proprio durante la visione: ma mi sono accorto che gli sguardi, i minuscoli gesti compiuti dai personaggi non possono essere riportati né su scritto né a voce. E' necessario vedere questo film, poiché nessuna descrizione sarà davvero accurata nel rappresentare quella sorta di poesia, lunga un paio d'ore, che lascia ammaliati, in balia del puro sentimento cinematografico.
Uscito dalla sala, oltre a sentirmi come poche volte nella mia esistenza, non sapevo cosa dire. Avevo un leggero malessere allo stomaco, e mi sono reso conto che non era un film facile, per quanto riguardasse i temi, ma che dovevo assolutamente vedere, e che anzi avrei dovuto vedere molto tempo prima. Arrivato a casa, tranquillo, seduto sul mio letto, ho capito che nel profondo della mente, nell'angolo più remoto, mi ero riconosciuto in Pietro senza accorgermene. Ho rivissuto gli ultimi mesi della mia vita e mi sono immaginato sopra a quella panchina, davanti alla scuola Ugo Foscolo, a guardare un ragazzino down passare con sua madre, una ragazza portare a spasso il suo cane, e una bambina salutarmi da una finestra. E ho pianto.

sabato 9 febbraio 2008

EP - The Mars Volta: The Bedlam In Goliath


Non si sa bene perché, ma ogni volta che ci si appresta ad accogliere un nuovo anno, si ha sempre la ferma speranza che quello nuovo sia migliore del precedente; sarà tradizione, sarà un rituale, fatto sta che raramente sappiamo accontentarci. Dunque, se l’anno scorso non è stato tra i migliori dal punto di vista "relazionale", non posso certo dire lo stesso sotto il punto di vista musicale: il 2007 è stato un anno di grazia per la musica, che ha riacquistato un valore inestimabile, sia nel pregressive rock (che io tanto amo, lo sapete) quanto in un contesto più generale, come nel blues, nella cantautoriale eccetera.
Davanti a tanti begli album, tra proposte interessanti e veri e propri gioielli, non mi ero fatto illusioni riguardo al 2008: ho subito pensato che questo episodio non si sarebbe ripetuto con la stessa intensità. Se non fosse che il 28 gennaio è stato dato alle stampe "The Bedlam In Goliath", l’attesissimo ritorno dei Mars Volta.
Avevo alle spalle l’ascolto dei tre album in studio precedenti, e mi ero già fatto un’impressione ottima, tenendoli molto da conto. Quando ho saputo dell’imminente uscita del nuovo disco, ho cominciato a perdere la pazienza. Il precedente "Amputechture" mi aveva sconvolto per il suo leggero ma significativo cambio di sonorità (più tendente all’heavy, tra l’altro molto criticato dalle masse, che l’hanno visto come un "tradimento"), e ho avuto subito il presentimento che questo lavoro fresco fresco mi avrebbe rinnovato quel sentimento.
Con mia somma (per davvero) gioia, non mi sbagliavo affatto. Brani decisi, a volte frenetici, disperati, esistenziali. I Mars Volta sono tornati davvero in gran forma, nonostante le nuove contestazioni, che accusano i brani come poco coesi tra loro, e molto simili l’uno all’altro. Sarà, ma io davanti a pezzi come "Metatron", "Goliath" e "Ouroborous" non posso che inchinarmi. Ora la band, rispetto ai primi (pur bellissimi) album, la vedo molto più decisa, meno dilagante, tesa ad un obiettivo più chiaro. Il nuovo sound è più orecchiabile anche per i poco appassionati, e trasmette una carica non indifferente. I due frontman (cantante e chitarrista) sono ispiratissimi e danno vita ad un’opera nel complesso meravigliosa, che consacra la band come una delle più rappresentative e innovative del nuovo (confuso) secolo. Se non il loro capolavoro, "The Bedlam In Goliath" è forse il più convincente dei 4 album.
Peccato per il booklet, che si prospettava più ricco di artwork (ridotto invece sostanzialmente a copertina e retro).
Se il 2008 è tutto così, non svegliatemi. Le mie speranze stanno rinascendo…

Voto: 4,9/5
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giovedì 7 febbraio 2008

SOMEBODY SA(I)D

Stefano Benni
Io ti amo

Io ti amo
e se non ti basta
rubero' le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamentera' di cio' che ha perso
che la tua bellezza sola
riempira' l'universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuotero' il mare
e tutte le perle verro' a portare
davanti a te
e il mare piangera'
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l'incanto
di un tuo solo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
sollevero' i vulcani
e il loro fuoco mettero'
nelle tue mani, e sara' ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturero'
e te le portero' domate
e su te piover dovranno
quando d'estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perche' il tempo si fermi
fermero' i pianeti in volo
E se non ti basta
vaffanculo



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lunedì 4 febbraio 2008

John Butler: Ocean

La natura ha una potenza enorme. Poco spesso ci fermiamo a riflettere su come questo pianeta sopravviva da solo: è come un enorme corpo umano che respira, nel quale fluiscono tantissime risorse d’acqua. E’ un’essenza potente, che può travolgere noi esseri umani con estrema facilità.
E forse, pensandoci, l’oceano è la più grande di queste forze, poiché le riassume tutte quante. In esso convivono quiete e tempesta, pace e sofferenza, poesia e orrore. L’oceano riesce a rispecchiare tanti sentimenti, è un’immagine straziante che ti mette faccia a faccia con il tuo io più nascosto, ti mette a nudo, ti fa sentire davvero piccolo.
La prima volta che ho ascoltato "Ocean" trovavo che il nome non fosse molto appropriato per un brano del genere, ma mi sbagliavo. Alla luce di queste considerazioni, John Butler non poteva dare titolo migliore a questo breve capolavoro. Uno dei pezzi più intensi, più significativi che abbia mai incontrato; un’esperienza che ti restituisce esattamente queste grandi emozioni, a volte più delicate, a volte semplicemente traumatiche.
Quando non riusciamo a comprendere quello che ci circonda, non ci resta che contemplarlo, con umiltà e commozione.
Alzate il volume, per favore.




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venerdì 1 febbraio 2008

EP - Soft Machine: Third


La scena prog di Canterbury è una di quelle che sicuramente, arrivata ai giorni nostri, si è logorata di più col passare del tempo. Oltre ad essere (relativamente) pochi i gruppi di spicco del genere, la sua tradizione non si è prolungata sin troppo. Anche chi ascolta regolarmente del rock anni 70 spesso non conosce band quali Caravan, Gong, o questi benedetti Soft Machine. L’unico motivo plausibile per giustificare questo "insuccesso" è la componente forse troppo sperimentale, con influenze jazz, psichedeliche, e con un primo sguardo all’avantgarde: evidentemente ci vogliono dei gusti raffinati e mentalmente aperti al tempo stesso, per apprezzare capolavori di questo taglio.
"Third" (1970) è forse la quintessenza dell’intero genere, il tripudio di questa enorme inventiva di fine 60/inizio 70. La band capitanata dal genio Robert Wyatt (tuttora vivente, in rara circolazione, ma con dischi tremendamente belli) si era già fatta sentire coi suoi primi due dischi, più goliardici e pazzoidi: con questo terzo studio album, formato da 4 tracce spalmate su due vinili (una traccia per lato) si consacrano nelle maggiori vette del progressive. Un disco totalmente brillante, imprescindibile, formato da componenti di impronta fortemente jazzy ("Slightly all the time", "Out-bloody-rageous") e da fasi sperimentali da urlo.
"Facelift" ci catapulta già in un’atmosfera molto ritmata, fracassona ma calibrata sapientemente, per 20 minuti che sembrano brevissimi; la discesa nel riff jazz del secondo brano è un’occasione per scoprire l’animo più sensibile di questo immenso lavoro, con giri di basso decisi e tastiere appropriate.
Il terzo brano segna la svolta, il momento in cui "Third" esce completamente dagli schemi e diventa leggenda: "Moon in June" è chiaramente ideato dal batterista/vocalist Wyatt, che si sbizzarrisce in una sperimentazione assolutamente eccezionale, altri 20 minuti da voto pieno, indescrivibili.
L’ultimo pezzo riprende un ritmo rilassato e nuovamente jazz, che ci porta ad una bellissima conclusione di tastiere sovrapposte.
80 minuti (e 10 euro, davvero poco) spesi magnificamente sul vostro letto, mentre ad occhi chiusi la vostra mente torna alla razionalità.
Non rinunciate a questa pietra miliare: molti l’hanno già dimenticata, non fate lo stesso errore. Se non vi piace va benissimo, ma non fatemelo sapere, perché forse mi offenderei… Imprescindibile, da avere, custodire e venerare.

Voto: 5/5
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