Rampa, rampa, rampa, terra.
Ogni giorno, tutte le mattine, se sperava che l'ascensore si schiodasse dall'ottavo piano. Chissà poi che cazzo c'avevano da fare sempre su e giù a trasportare bambini, animali, borse della spesa e di nuovo su giù su giù. Ci si divertivano, furiosamente.
Aveva anche perso l'abitudine di spingere il bottone: guardava, frazione di secondo, scale. A volte, pur accortosi che era lì, tirava diritto con uno sguardo da persona che non può perdere tempo o non vuole. Fuori dalla porta, avanti, giù dai gradini di marmo. 83. Sempre quelli.
Aveva la cadenza di un rito, preciso e mai rapido. Naturale, come uno scivolo.
Tatap-tatap-tatap-tap (tap, tap).
Tatap-tatap-tatap-tap (tap, tap).
Nessuno prendeva le scale. Ottenere l'ascensore diventava una guerra, ma la gente ama le sfide: svegliarsi presto, uscire, spingere, tornare a prendere il necessario e correre a fermare i portelli, prima che si richiudano per risalire ai piani alti e dover ricominciare tutto da capo. Allora scale, basta.
Poi gli eventi casuali non c'entrano. Però certo, è strano. Ma quando fai le cose meccanicamente, insomma senza il bisogno di ragionare, è perché sai che non può accaderti nulla. Arrivato a una certa rampa un giorno, si sentiva come sempre certo di trovare terra dopo, la fine delle scale. In quel frammento tra la fine della rampa e il muro ad angolo retto, in una miliardesima parte di una smisurata vita intera, si trovò di fronte un'altra rampa. Che non avrebbe dovuto incontrare.
La sua mente, durante la discesa, contava senza pensare, come una distanza ripetuta all'infinito, sai quanto e cosa aspettarti. Un tilt subitaneo, quello, e per un istante ancor più breve il suo pensiero non c'era. Assente. Bloccato dentro, nei nodi più saldi e nascosti del cervello: sfilacciati, smagnetizzati per un momento così breve da non esistere quasi. Niente di grave, diciamo: una volta affacciatosi sulla soglia del mondo razionale, tutto è tornato come prima, la solita discesa agli inferi della rovente, venosa città degli uomini.
Fortunatamente non è difficile farsene una ragione, ma di lì sai che cedere sarà ovunque e in qualsiasi situazione. Solo un assaggio, amaro forte.
C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.
"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.
"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"
mercoledì 14 maggio 2008
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2 commenti:
Ecco perchè sono contenta di vivere in una casa di soli due piani. :p
Le profondità dello spazio, delle creature che lo occupano (o lo ingombrano) e delle anime che vi vengono risucchiate hanno una forza di attrazione irresistibile. Inquietano, eppure seducono. E quando sei sedotto risalire la rampa è quasi impossibile.
P.S. Le scale fantasma mi hanno ricordato la "discesa agli inferi" di Alice nel paese delle meraviglie. Ma forse sono io fissata con questo libro.
Il tuo racconto mi ricorda invece alcuni episodi del serie Incal, fantastico fumetto di Moebius e Jodorowsky.
Le tue parole rendono quello stato d'animo... inquietante, quasi visionario.
Un caro saluto
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