C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

mercoledì 12 marzo 2008

Claustrophobie

Muovendo il braccio in avanti quasi sfiorò le lunghe righe della fiancata. Ovviamente si fermò dieci metri più avanti di lui, con una frenata posticipata quasi a dire: "Oh scusa, sono una donna, non è il mio mestiere guidare questo cazzo di bestione". Gli imponenti portoni di finto vetro si spalancarono, trascinandosi dietro un passeggero che vi si era appoggiato. Un veicolo malandato e fracassone, ma arrivato in orario come mai nessuno, accidenti. Una serata pronta per essere maciullata in mille tristi pezzettini.
Ancora a casa sua, pensa un po’, saranno andati fuori a bere sì e no due volte. Tempo che comincia la storia, ci si sente già al matrimonio. In realtà nessuno ci crede, ma rimane bello da dire. "Matrimonio", una di quelle parole che fa sospirare la gente, la quale attende trepidante la propria sbafata gratis di durata minima 6 ore. Tutto questo in un istante di fantasiosa follia, destinato a crollare troppo tardi, dopo il peggio.
Una bella gara fra lei e quegli esaltati degli amici; sì, persone ricche di valori e interessi tipo:
- Ma quanto…
- Tre mesi.
- E avete già…
- Sì.
Andare contro sé stessi, senza ribellarsi, è una sofferenza atroce. Avere paura di parlare proprio quando serve. Muti. Hai l’uscita di fronte, e resti dentro. Anzi, chiudi ermeticamente, idiota. La sola cosa che puoi fare è metterti su quel sedile e aspettare la tua fermata; scendi, torni indietro di un po’, svolti a sinistra, suoni e sali.
Prima, hai solo il tempo di guardare il marciapiede che accelera, ed un autobus mezzo vuoto, dove dalla parte opposta alla tua siede una. Non la conosci, ma ha tanto l’aria della tipica compagna delle elementari, dimenticata e mai incontrata per un decennio: borsa della pallavolo a terra, in mezzo alle gambe strette, percorse da pantaloni di denim chiarissimo, con uno strappo involontario sul ginocchio. Si vede che gli occhiali li porta poco, forse le servirebbe ma sono scomodi. Li tiene vicinissimi alle palle degli occhi allucinati. Stanca, ma non si vede. Il neon sopra di lei la riflette completamente nel finestrino. Guarda, ha un neo sulla guancia sinistra. Si stira un po’ e rimette le mani fra le cosce, infreddolita. Torni al marciapiede e aspetti, di nuovo.
Il viaggio fu a una fermata dalla fine: pigiò disgustato il pulsante di prenotazione e si voltò per alzarsi. Per tre secondi buoni incrociò il volto di lei, che lo vide. Aveva lo sguardo di uno che va incontro alla propria condanna. Si voltò di nuovo, lui rimase un istante fermo. Poi fece un passo pesante verso l’uscita e frenò assieme al bestione.
La prima cosa che vide, sul ciglio della strada, fu un cumulo di vomito incolore, il suo. Scaraventato a terra senza pietà.

1 commenti:

Ross ha detto...

Che racconto allucinato... però (o forse proprio per questo) mi è piaciuto.
Bacione