
Da tempo immemore mi ero ripromesso di non fare mai una recensione di questo disco, e ci sono sempre riuscito, semplicemente perché non mi ritenevo fisicamente in grado di descriverlo in modo chiaro ed esauriente. Perciò la mia scelta resta questa, e cercherò di non rendere queste righe una vera e propria "recensione". Siate compassionevoli, userò parole molto semplici, ma che mi vengono dal profondo, in tutta sincerità.
Stranamente, questo album mi ha introdotto nell’insana passione che tuttora ho per la musica. Non si tratta di rock, né di prog, né di pop, ma la sua funzione è stata molto più generale. Di fatto, "Tubular Bells" (1973) mi ha fatto entrare nel mondo della buona musica, della Musica con la M maiuscola, della musica degna di nota. Rovistavo fra i cd di mio padre, la cui cultura musicale si estende poco oltre i Pink Floyd (il mio approccio primordiale è stato "Wish you were here"), e in mezzo ai cd dei REM e dei Dire Straits mi colpì un cd che non sapevo fosse in suo possesso. La copertina non mi era nuova, l’avevo già vista in giro, ma solo in rari casi. Il fatto che fosse così particolare in mezzo agli altri dischi mi spinse immediatamente a portarmelo in camera. Lo lasciai lì un paio di giorni e poi lo misi nello stereo.
E vi giuro, potesse cascarmi il mondo in testa, la mia vita è totalmente cambiata.
Fino a quel momento non avevo mai, e dico mai, ascoltato un’opera così perfettamente articolata, così studiata e polistrumentale come "Tubular Bells". Oltre alla divisione in due brani da circa 25 minuti, mi colpì il fatto che questo Mike Oldfield non suonava solo la chitarra, ma tantissimi altri strumenti. E soprattutto, aveva composto questo ben di Dio per conto suo, da giovanissimo.
A me sembra ancora incredibile che nessun suono contenuto in questo disco sia fuori posto. E’ tutto millimetricamente misurato e coèso: ad una sezione ne segue una esattamente complementare e insensata senza la precedente. Per non parlare dell’accostamento degli strumenti: basta ascoltare circa a 7 minuti dalla seconda parte, dove si uniscono i suoni vocali e di mandolini, in una melodia celestiale.
"Tubular Bells" è inquietante, rilassante, violento e "ambient": varia continuamente, senza mai stancare, lasciando sempre l’impressione di non averne ascoltato un pezzo, e di doverlo riapprofondire, per capire come mai Oldfield ha voluto quel suono in quell’esatto momento. Fra l’altro questa per me resta la sua opera più matura, più consapevole, nonostante sia seguita da altri dischi molto belli (ma altri molto scadenti).
Dopo questo sfogo poco informativo, posso solo dirvi che per capire cosa intendo è necessario ascoltarlo, non c’è altra soluzione, poiché le mie parole non saranno mai abbastanza adeguate, quanto il mio voto, che lascerò vuoto. Questo è uno dei pochi cd che riesce ancora ad affascinarmi, a prendermi, a commuovermi, a farmi emozionare in modo totale.
PS: se mi chiedete 5 dischi da portarmi su quella cavolo di isolaccia deserta (dove tuttora mi auguro di non finire), potrò rispondervi con sicurezza su un solo disco. Indovinate quale…
Voto: -
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In The Court Of The Crimson King (1969)
In The Wake Of Poseidon (1970)
Lizard (1970)
Islands (1971)
Larks’ Tongues In Aspic (1973)
Starless And Bible Black (1974)
Red (1974)






