C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

martedì 30 ottobre 2007

EP - Mike Oldfield: Tubular Bells


Da tempo immemore mi ero ripromesso di non fare mai una recensione di questo disco, e ci sono sempre riuscito, semplicemente perché non mi ritenevo fisicamente in grado di descriverlo in modo chiaro ed esauriente. Perciò la mia scelta resta questa, e cercherò di non rendere queste righe una vera e propria "recensione". Siate compassionevoli, userò parole molto semplici, ma che mi vengono dal profondo, in tutta sincerità.
Stranamente, questo album mi ha introdotto nell’insana passione che tuttora ho per la musica. Non si tratta di rock, né di prog, né di pop, ma la sua funzione è stata molto più generale. Di fatto, "Tubular Bells" (1973) mi ha fatto entrare nel mondo della buona musica, della Musica con la M maiuscola, della musica degna di nota. Rovistavo fra i cd di mio padre, la cui cultura musicale si estende poco oltre i Pink Floyd (il mio approccio primordiale è stato "Wish you were here"), e in mezzo ai cd dei REM e dei Dire Straits mi colpì un cd che non sapevo fosse in suo possesso. La copertina non mi era nuova, l’avevo già vista in giro, ma solo in rari casi. Il fatto che fosse così particolare in mezzo agli altri dischi mi spinse immediatamente a portarmelo in camera. Lo lasciai lì un paio di giorni e poi lo misi nello stereo.
E vi giuro, potesse cascarmi il mondo in testa, la mia vita è totalmente cambiata.
Fino a quel momento non avevo mai, e dico mai, ascoltato un’opera così perfettamente articolata, così studiata e polistrumentale come "Tubular Bells". Oltre alla divisione in due brani da circa 25 minuti, mi colpì il fatto che questo Mike Oldfield non suonava solo la chitarra, ma tantissimi altri strumenti. E soprattutto, aveva composto questo ben di Dio per conto suo, da giovanissimo.
A me sembra ancora incredibile che nessun suono contenuto in questo disco sia fuori posto. E’ tutto millimetricamente misurato e coèso: ad una sezione ne segue una esattamente complementare e insensata senza la precedente. Per non parlare dell’accostamento degli strumenti: basta ascoltare circa a 7 minuti dalla seconda parte, dove si uniscono i suoni vocali e di mandolini, in una melodia celestiale.
"Tubular Bells" è inquietante, rilassante, violento e "ambient": varia continuamente, senza mai stancare, lasciando sempre l’impressione di non averne ascoltato un pezzo, e di doverlo riapprofondire, per capire come mai Oldfield ha voluto quel suono in quell’esatto momento. Fra l’altro questa per me resta la sua opera più matura, più consapevole, nonostante sia seguita da altri dischi molto belli (ma altri molto scadenti).
Dopo questo sfogo poco informativo, posso solo dirvi che per capire cosa intendo è necessario ascoltarlo, non c’è altra soluzione, poiché le mie parole non saranno mai abbastanza adeguate, quanto il mio voto, che lascerò vuoto. Questo è uno dei pochi cd che riesce ancora ad affascinarmi, a prendermi, a commuovermi, a farmi emozionare in modo totale.
PS: se mi chiedete 5 dischi da portarmi su quella cavolo di isolaccia deserta (dove tuttora mi auguro di non finire), potrò rispondervi con sicurezza su un solo disco. Indovinate quale…

Voto: -
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domenica 28 ottobre 2007

The Perfect Suicide - Atto III: Dove e Quando

Normalmente, a questo punto, dovreste cominciare a sentire qualche tremore: è normale, tutto calcolato. In fondo, non è una cosa che capita tutti i giorni. Ma ora è il momento di pensare alle modalità generali dell’evento, ovvero il luogo dove lascerete il vostro cadavere e il momento della giornata in cui questo avverrà.
Partiamo dalla giornata. Il dilemma è: durante la settimana o di domenica? Oppure un giorno particolare, tipo Natale, Pasqua… Beh, diciamo che dipende un po’ anche dalle precedenti circostanze. Mettiamo che la vostra ragazza vi abbia lasciato, e vi siate abbandonati a questa decisione: chiaramente questo avverrà al più presto possibile, perché la vostra sofferenza non vi permette di attendere oltre, perciò un giorno varrà l’altro.
Se invece i motivi sono altri, il consiglio migliore che si può dare è di farlo inaspettatamente, magari in un periodo dove agli altri sembra che tutto vada perfettamente, o vi vedono fintamente soddisfatti. Pensare che nel frattempo state covando l’inenarrabile sarà davvero uno shock, in seguito.
E non pensiate che il momento più adatto sia la notte: il tutto diventa ancora più sconvolgente se sarà un centinaio di gente ad accorgersene durante le ore diurne. E credetemi, la difficoltà del procedimento è la stessa (quasi nulla), è solo questione di timidezza o pudore.
Passiamo ora al luogo predestinato. Le scelte sono due: o in casa, o altrove. Se optaste per la prima, sarà solo perché volete (nel subconscio) far sentire in colpa i vostri genitori. Uccidervi in casa sarebbe come dire loro: "Guardate come mi sono ridotto a stare dentro questo schifo! Ed è tutta colpa vostra!". Forse una delle scelte più crudeli che possiate intraprendere. Ma nella maggior parte dei casi si decide di non dare la colpa a nessuno della vostra scelta, proprio perché in particolare non ce l’ha nessuno. Se vogliamo trovare un responsabile, quello siete voi.
Se volete far sapere al mondo che avete lasciato questo pianeta (e ne andate fieri), la cosa migliore è uscire allo scoperto, magari in un posto dove non vi troveranno subito, ma anche in un luogo dove la gente se ne accorgerà immediatamente. Immaginate lo sgomento nel vedere un suicida nella piazza principale della vostra città. Che delizioso e tremendo pensiero starà nascendo nella vostra mente! Suppongo che buona parte di voi "suicidandi" si sia convinto che sarà proprio così.
Se poi andate ancora a scuola, quello per voi sarà il massimo: una rivolta generale degli studenti, che se la prenderanno col sistema scolastico e con tutti i professori per ciò che è accaduto. Vi sarà poi una cerimonia commemorativa, con un discorso chilometrico della preside, che piangerà come una fontana (ma ovviamente coglierà l’occasione per ribadire l’esigenza della disciplina e dell’educazione negli istituti).
Se siete indecisi, e non sapete proprio quale sia la scelta adatta a voi, non preoccupatevi. Il momento e il luogo possono essere scelti anche successivamente alla causale, all’effettiva causa del vostro decesso, che seguirà nel prossimo capitolo, forse il più estremo, quello che davvero vi farà venire la pelle d’oca per l’eccitazione. Un infinito numero di possibili suicidii vi si presenterà agli occhi, tanto che avrete il desiderio di poterne conciliare più di uno.

venerdì 26 ottobre 2007

EP - Emerson, Lake & Palmer: Trilogy


Stranamente, quando ci troviamo a pensare a Emerson, Lake & Palmer, ci vengono in mente soprattutto album come "Tarkus" o "Brain Salad Surgery": forse per le loro copertine appariscenti e interessanti, forse perché entrambi contengono due colossali suite ("Tarkus" – 20:35, "Karn Evil 9" – 29:38), o semplicemente perché sono più famosi. Fatto sta che il mio intento è di riportare alla luce un album tuttora poco diffuso fra gli amanti del prog, che forse non si sono mai resi conto di che genere di lavoro sia "Trilogy" (1972), a mio parere il picco assoluto della carriera dei tre alfieri anni 70.
Prendiamo i primi tre brani, strettamente collegati fra loro: la prima parte di "The Endless Enigma" ha un incipit molto misterioso, fatto di silenzi interrotti da pestate sul pianoforte; poi comincia a prendere ritmo, si ferma nuovamente in una melodia dolce e successivamente trionfale. Abbiamo poi un intermezzo fenomenale di Keith Emerson, che col pianoforte (badate bene, non con la "tastiera"), ci mette insieme una fuga meravigliosa, che riapre poi la seconda parte del primo brano. Ecco, già solo queste 3 tracce mi fanno gridare al miracolo! Folgoranti, senza divagazioni, e impressionanti dal punto di vista tecnico. Ma non è finita qui: seguono "From The Beginning", brano rilassato per distendere un po’ le acque, e un altro piccolo gioiello, "The Sheriff", che ai nostalgici ricorda vagamente "Jeremy Bender" dell’LP precedente in studio. La conclusione del pezzo, anche in questo caso, spetta al grande tastierista, che con un effetto sonoro da saloon, si lancia in un folle assolo. Bavetta alla bocca.
Non vi basta? Allora non esitate, e procedete con "Hoedown", un meraviglioso brano strumentale, indimenticabile, fra citazioni e ritmi serrati (dal vivo è ancora più rapida!). E non è ancora finita, anzi proprio ora arriva il meglio, l’omonima suite "Trilogy", un crescendo di emozioni puramente progressive. È qui che il disco raggiunge il sicuro verdetto, un 5 pieno a tutti gli effetti. Poco importano brani minori (minori…) come gli ultimi due, "Living Sin" e "Abaddon’s Bolero" (fra l’altro, interessante esercizio di stile tutto "raveliano"), se pima abbiamo avuto l’occasione di sentire fra i pezzi più belli che ci possano essere offerti.
Aggiungo che uno dei più grandi pregi di "Trilogy" è l’evidente lato clean di Emerson, che dimostra di non essere bravo solo a far rumori, ma si presenta come uno che di pianoforte ne sa davvero a pacchi.
Imperdibile, fondamentale, mastodontico.

Voto 5/5
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mercoledì 24 ottobre 2007

The Perfect Suicide - Atto II: Perché

Ci sono molti motivi che possono spingervi al suicidio, una scelta così di moda, così tanto sfruttata per porre una conclusione a tutto ciò che non va.
Può darsi che siate presi dallo sconforto per la scuola: i voti fanno paura a vederli, svegliarsi ogni mattina è uno sforzo insormontabile, vedere continuamente i prof che vi odiano a morte, non riuscire a mettere la testa in quello che fate, i genitori che vi assillano tutto il giorno... Davvero non vi rendete conto di che bisogno ce ne sia, e non avete scampo se non questa soluzione, che vi viene offerta ad ogni momento che passa.
Ecco, magari sono proprio i genitori il vostro grande problema: non ce la fate più a sentirvi inscatolati e controllati da questi due esseri apparentemente affettuosi, ma sotto sotto malvagi e pieni di rabbia da scaricarvi addosso. Il vostro desiderio di libertà è davvero grande, e non potete sopprimerlo. Se non riuscite a decidervi, sapete già cosa fare.
Una delle cause più ricorrenti è la delusione amorosa: quanta gente soffre invano per persone che non si curano minimamente di loro... A volte si ha il coraggio di andare avanti, ci si convince che un giorno tutto cambierà. Ma il tempo passa, e i risultati non si vedono. Purtroppo ci si rende conto che la "soluzione" è una sola, anche se vi dispiacerà più che in altri casi.
E se tutto questo non c’entrasse? Se non aveste nessuno dei problemi finora elencati? Allora può darsi che semplicemente abbiate perso il senso del vivere: non capite più il perché di ogni cosa che vi circonda, non credete nella vostra identità e in un Dio che vi vuole bene e fa sì che la vostra vita sia una gioia. Non vi servirà a nulla aiutare il prossimo o pensare che qualcuno sta peggio di voi. Il vostro egoismo sarà certamente più forte.
E’ inoltre importante ricordare che la scelta spetta solo a voi: anche se sono le cause esterne a portarvi a questo, la responsabilità risiede nella vostra coscienza, o nella vostra mente contorta.
Se andrete avanti a leggere questa guida, sarà solo perché avete già deciso definitivamente il vostro triste futuro. Ed è infatti a questo punto che sarete disposti a qualunque cosa, pur di farla finita.

lunedì 22 ottobre 2007

The Perfect Suicide - Atto I: Premesse

Attenzione: L’opera che segue ha dei contenuti altamente cinici e poco educativi. E’ stata scritta al solo scopo narrativo. Non pensate in nessun modo di farne uno stile di vita (anzi di morte).


Il suicidio è innanzitutto un atto definitivo: perciò, ancora prima di analizzarlo, è bene sapere che, una volta intrapresa questa strada, non è più possibile tornare indietro. Se credete che il vostro Dio vi salverà dopo la morte, allora non state nemmeno pensando a tutto questo.
Detto ciò, andiamo dentro alla meccanica di questo gesto insano e maledetto. Innanzitutto, non deve essere un evento casuale, lasciato allo svolgersi normale dei fatti: se volete fare le cose per bene, è giusto programmarle al meglio, in modo da non passare per sfigati o per poveretti. Il vostro suicidio non deve sembrare un momento di debolezza, ma una scelta consapevole, un’uscita di scena a testa alta, nobilitante.
Perciò, è bene analizzare i motivi che vi indirizzano all’atto del togliersi la vita: quando sarete sicuri che è questo ciò che realmente volete, e sarete consapevoli di quello che comporterà, allora potrete programmarlo. E’ fondamentale designare un luogo e un tempo ben precisi in cui compiere il suicidio; ogni cosa deve essere studiata nei minimi dettagli, senza tralasciare nulla.
Successivamente arriverà il punto culminante della pianificazione: il "come". Vi verrano esposti innumerevoli modi per compiere al meglio il vostro volere, e uscire un minimo soddisfatti da questo mondo a voi così scomodo. Come già detto, in base alla vostra scelta, ci saranno delle ripercussioni (purtroppo) inevitabili, e sarà questo il motivo per cui sarete attenti nel progettare lo svolgersi dei fatti.
Prima della guida pratica si specifica che, qualunque sia la vostra motivazione e/o il vostro incedere al suicidio, morirete da folli. Un gesto del genere potrà magari nobilitarvi esteriormente, ma il cervello che porterete con voi sarà malato a tutti gli effetti.

venerdì 19 ottobre 2007

Amor, ch'a nullo amato amar perdona


William Shakespeare - Romeo E Giulietta
Atto Secondo: Scena Prima

ROMEO:
Ride delle cicatrici, chi non ha mai provato una ferita.
(Giulietta appare ad una finestra in alto)
Ma, piano! Quale luce spunta lassù da quella finestra? Quella finestra è l'oriente e Giulietta è il sole! Sorgi, o bell'astro, e spengi la invidiosa luna, che già langue pallida di dolore, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancella, giacché essa ha invidia di te. La sua assisa di vestale non è che pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala. E' la mia signora; oh! è l'amor mio!
oh! se lo sapesse che è l'amor mio! Ella parla, e pure non proferisce accento: come avviene questo? E' l'occhio suo che parla; ed io risponderò a lui.
Ma è troppo ardire il mio, essa non parla con me: due fra le più belle stelle di tutto il cielo, avendo da fare altrove, supplicano gli occhi suoi di voler brillare nella loro sfera, finché esse abbian fatto ritorno.
E se gli occhi suoi, in questo momento, fossero lassù, e le stelle fossero nella fronte di Giulietta? Lo splendore del suo viso farebbe impallidire di vergogna quelle due stelle, come la luce del giorno fa impallidire la fiamma di un lume; e gli occhi suoi in cielo irradierebbero l'etere di un tale splendore che gli uccelli comincerebbero a cantare, credendo finita la notte.
Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! foss'io un guanto sopra la sua mano, per poter toccare quella guancia!

mercoledì 17 ottobre 2007

Spleen

A Charles Baudelaire

La nuit
parvient
trop vite.

lunedì 15 ottobre 2007

EP - Demetrio Stratos: Metrodora


Non si parla molto di Stratos. E se anche fosse, non se ne parlerebbe mai abbastanza. Pochi sanno a malapena chi sia, altri (tantissimi) non l’hanno nemmeno sentito nominare. Si può dire che la sua importanza storica "pratica" è quasi inesistente. In teoria, invece, era (e rimane) forse il cantante più dotato d’Italia, e non solo. Un uomo che ha dedicato gran parte della sua breve vita allo studio della vocalità, ai misteri che essa nasconde, e alle possibilità che offre. Demetrio ha raggiunto risultati mai più ripetuti: è famoso il suo acuto, che ha raggiunto i 7000 Hz, un livello al limite delle possibilità umane; oltre a questo, Demetrio riuscì a riprodurre diplofonie e triplofonie modulando la sua voce. Ne troviamo diversi esempi proprio nel disco "Metrodora" (1976), dove la line-up è formata da due componenti: Stratos e la sua voce. Un album estremamente interessante, utile dal punto di vista culturale, stupefacente da quello "strumentale". Per me sono indimenticabili i "Lamenti D’Epiro", esasperati e tipici del suo repertorio.
Necessario se si conoscono i primi lavori degli Area, dove ci veniva presentato solo un limitato scorcio della sua potenza e versatilità. Ascoltate questo reperto, che va oltre le concezioni umane del possibile.
La voce può essere lo strumento più affascinante che esista: e Stratos lo sapeva bene.

Voto: -
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sabato 13 ottobre 2007

Blog Action Day 2007

Green To Grey


Odi mille e più
stridenti grida
di vite spezzate,
tra laghi di linfa.
Cadendo al suolo
gli innocenti virgulti
sono violentati
per mettere a tacere
i loro grevi singulti.

Odio, denaro,
diritti acquisiti
senza alcun consenso.
Quantità spropositate
di ossigeno disperso
fra schegge polverose
e relitti abbandonati,
cui rimangono soltanto
le cortecce nodose.

O dì nefasto, teatro
di crimini impuniti,
sii dimora delle anime
che oggi, troppo presto,
lasciano fredde radici
nelle zolle vacanti.
Fondamenta incomplete
in un mare di foglie
ancora agonizzanti.

O Dio silenzioso
che lento passeggi
per antropici deserti,
perdona chi alimenta
i nostri orrendi abusi
e ne fa il suo giorno.
Mentre altre mille grida
intonano un pianto
che evapora d’intorno.

venerdì 12 ottobre 2007

EP - King Crimson (Essential Discography)

Oggi vi viene data una enorme possibilità. State per andare incontro alla discografia essenziale dei King Crimson, una delle band madri del rock progressivo. Un gruppo che ha avuto il pregio di sapere variare stile durante tutta la carriera, ma sempre rimanendo ben saldi nei loro canoni. Purtroppo ebbero la brutta idea di riunirsi dopo una pausa di 7 anni (cioè dopo "Red") e diedero vita a delle schifezzuole amorfe (tipo "Discipline", "Beat"…), prese in giro dei lavori precedenti. Ma questo non è importante. Ora seguono brevi descrizioni e voti di piccoli e grandi capolavori. (I link si trovano sui titoli degli album)


In The Court Of The Crimson King (1969)
Se album come "Sgt. Pepper" e "A saucerful of secrets" sono stati i predecessori del prog, questo album ne segna la nascita effettiva. Il primo vero album di tutto un genere, semplicemente perfetto sotto ogni punto di vista. Una tracklist che ha fatto storia, con la famosissima "21st century schizoid man" (tempi dispari da paura!), la dolce "I talk to the wind" (flauti al settimo cielo), e con "Moonchild", brano troppo complesso e delicato per essere descritto a parole.
Un album che è assurdo non avere, il punto di partenza per ogni collezione sensata, e che personalmente mi ha cambiato la vita.
Voto: 5+/5


In The Wake Of Poseidon (1970)
Un leggero passo indietro per i Re Cremisi, che comunque si mantengono in forma con brani come "Pictures of a city" e la splendida "Cat Food". Essenziale comunque per seguire l’evoluzione stilistica della band.
Voto: 4/5





Lizard (1970)
Pubblicato lo stesso anno del precedente, un disco molto interessante, soprattutto perché rivela un lato dei Crimson che non troverete in nessun altro album. Un lato molto melodico e forse tecnicamente più modesto, ma ad ogni modo incantevole. Da ascoltare.
Voto: 4,5/5





Islands (1971)
Difficile entrare nell’ottica di "Islands", che questa volta spinge la band verso la musica classica. Abbiamo un emozionante incipit di violoncello ("Formentera Lady") e dei brani delicati, poco chiari se non vi si dedica una attenzione particolare. Dopo diversi ascolti posso classificarlo come uno dei punti culminanti della carriera crimsoniana. Maestoso e curatissimo nei dettagli.
Voto: 4,75/5



Larks’ Tongues In Aspic (1973)
Enigmatico, violento, etnico: da molti considerato uno dei capolavori dei KC, davvero un episodio sensazionale, che si fa più prossimo al rock, anticipandone il tripudio in "Red". Una title track (divisa in due parti) che vale tutto il prezzo, e composizioni eccellenti. Ottimo
Voto: 4,8/5



Starless And Bible Black (1974)
Lo considero un disco di transizione, non so bene perché. Forse per il fatto che è molto meno conosciuto degli altri. Fatto sta che è comunque molto bello: in modo speciale mi sono piaciute le performance di basso e alcune parti composte davvero con estrema lucidità. Da ascoltare.
Voto: 4,5/5




Red (1974)
Il rock si fa grezzo, e nella prima parte le composizioni vanno dritte all’obiettivo: la spettacolarità e lo sbalordimento (la title track è da urlo). Se i primi tre brani ci colpiscono con questo metodo diretto, la seconda parte riprende un po’ di respiro con "Providence", un climax ascendente di carica, e la finale "Starless" delicata e intensa, uno dei pezzi più belli dei King Crimson. Con questo album raggiungiamo l’ultimo capolavoro della band, quasi un testamento della loro grandezza, destinato ad essere per sempre in cima alla lista dei proggers.
Voto: 4,9/5
Buon ascolto!
paloz

lunedì 8 ottobre 2007

In(e)sistenza

Continuo a vagare
su una strada di silenzio.

Non sa di chi è
quell’ombra sfocata
gravida d’un canto
di morte.
O forse,
non lo vuole.

sabato 6 ottobre 2007

Waiting For The Sun (Phase III)


Ci sono giorni in cui ti sembra che il mondo sia capovolto.

Dal primo momento in cui apri gli occhi ti accorgi che qualcosa non va: ti alzi come tutte le mattine, con gli occhi appiccicaticci e i segni delle lenzuola sul braccio, vai in cucina e ti prepari un caffè, che risulterà più amaro del solito. Con immensa fatica ti metti addosso i primi vestiti che incontri, e vai a prendere l’autobus di tutti i giorni.
Vedi le solite facce da deportati in un lager chiamato scuola, poca gente è allegra, e solo perché la sera prima ha ottenuto l’avventura sessuale tanto desiderata. Quando scendiamo assomigliamo a un esercito di insetti striscianti verso la porta d’entrata, dove le bidelle ti guardano compiaciute, quasi sogghignando. Le scale del primo piano sembrano non finire mai, e arranchi goffamente fino alla fine del corridoio; sei l’ultimo arrivato in classe.
La prof ti fa un cenno di sdegno, o in pochi casi fa un commento del tipo: "Ma possibile che non possiate prendere l’autobus prima?". Ti siedi al tuo solito posto, quel banco bluastro sporco di bianchetto che ti incatena per sei ore ogni giorno. Quando hai fatto il tuo ingresso nessuno ti ha salutato, hanno solo lanciato un’occhiata indifferente e stanca. Non sai nemmeno che materia stanno spiegando, e francamente non ti interessa. Prendi fuori libro e quaderno, li apri e ti ci spalmi sopra.

Il sonno non permette contatti di alcun genere con le forme di vita circostanti; la prof continua a parlare, non si preoccupa che qualcuno stia ascoltando, lei cerca soltanto di guadagnarsi quella misera paga che le permette di sopravvivere. Sulla lavagna si accalcano lezioni di ogni tipo dei giorni precedenti. Le tapparelle sono abbassate al massimo e una luce intermittente illumina l’insegnante a mo’ di flash. In pochi hanno la forza di parlare col compagno di banco, anche lui in stato di morto-vivente.
L’intervallo pare l’ora d’aria dei carceri: la gente corre fuori dalla classe e accende la sigaretta ancora a metà corridoio; altri si fiondano in bagno perché nessuno li ha mandati prima, con un conseguente intasamento di molti cessi.
Le ultime tre ore possono trascorrere in 2 modi:
a) Nella stessa maniera delle prime tre, ma con maggiore "intensità";
b) Scoppia il delirio totale: gli alunni cadono dalle sedie, i viaggi banco-cestino vanno a ruba e volano briciole di gomma a non finire. Un’ora prima della fine hanno già tutti archiviato i quaderni, e nell’aria si concentrano i sospiri unanimi di 1200 persone.
La campanella finale sembra la tromba dell’ "Arrivano i nostri!". Inizia la maratona verso il cancello d’uscita, il cui vincitore viene portato in trionfo e messo nel posto d’onore sull’autobus. Tutti insieme tirano fuori i cellulari, creando un buco nell’ozono di 6 metri di diametro.
La tortura è finita.

Solo alla fine ti accorgi che, purtroppo, è un giorno come gli altri.

venerdì 5 ottobre 2007

Epitaffio

Nulla
Nessuno pose

mercoledì 3 ottobre 2007

EP - Captain Beefheart and the Magic Band: Trout Mask Replica


Se i primi due album ci avevano già presentato un artista ricco di idee e innovativo, in "Trout Mask Replica" (1969) ne troviamo un riflesso all’ennesima potenza. Questo album è un capolavoro di geniale Follia (con la f maiuscola) e segna lo sdoganamento del Rock In Opposition.
La musica viene barbaramente (e "cubisticamente") spezzettata e ricomposta, dando vita a impensabili dissonanze, che solo Captain Beefheart riesce a far quadrare. Se solo qualche suono fosse stato fuori posto, probabilmente "Trout Mask Replica" sarebbe un’incisione di puro rumore.
Mentre chitarra, basso e batteria fanno il loro fastidioso giro, il Capitano canta a piacere con la sua ruvida voce, senza considerare (apparentemente) qualunque legge ritmica o melodica.
Il tutto è una vera sfida, che vi accompagna per quasi 80 minuti. Non a caso il doppio LP venne prodotto da Zappa, che riconobbe subito l’enorme talento di Beefheart.
Sarà probabilmente il disco più pazzo che sentirete nella vostra vita (la cover è semplicemente inimitabile!), ma appena ci avrete fatto l’orecchio, vi apparirà come una rivelazione divina, come un’opera di innovazione assoluta, quasi quanto il contemporaneo "In the court of the Crimson King".
Un disco da veri esperti, da cuor di leone, anzi "cuor di bue"!

Voto: 5/5
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lunedì 1 ottobre 2007

Morettiana


La Stanza Del Figlio (2001)
Palma D'Oro a Cannes: anno 2001

Da tempo non avevo più dubbi sul fatto che Moretti fosse un regista a dir poco eccezionale, e la visione del "Caimano" era stata l’ennesima conferma... Ma dopo avere visto "La Stanza Del Figlio", il sentimento provato al cinema si è rinnovato, è rifiorito completamente. Questo film è a dir poco perfetto: non sembra nemmeno che gli attori recitino, da tanto che è realistico. Le emozioni che il film vuole trasmettere si sentono sulla pelle, e poi dentro. Non sono emozioni superficiali, scialbe, sono emozioni vive. Il fastidioso rumore prodotto dalle viti che sigillano la bara del figlio, e lo sguardo attonito del padre, lì davanti, ancora incredulo, producono un effetto di vera sofferenza. Le scene di pianto non sono banali come in tutti gli altri film, sono "reali". I ricordi del padre, e le immagini della sua mente che pensa a come avrebbe potuto salvare il figlio, sono scene toccanti, che non passano solamente davanti agli occhi dello spettatore, ma vanno veramente in profondità. Questo NON E' un film come gli altri. E' un vero martirio psicologico, ci si sente completamente nei panni del povero padre, dell'uomo che dopo la perdita del figlio, non ha più nulla. Non pensa più, non lavora più, non sa cosa fare. Scende al livello dei suoi pazienti, con i loro complessi mentali. E noi soffriamo con lui.
Questo film è una prova schiacciante contro chi sostiene che il cinema italiano è morto. Questa è la prova concreta che c'è ancora chi i film li sa fare sul serio, chi non si ferma davanti ai fatti narrati senza approfondirli e dare sfaccettature ai personaggi.
Questo è Nanni Moretti, "La Stanza Del Figlio" è la sua testimonianza. La testimonianza di un cinema ancora capace di sorprendere, commuovere, di un cinema che dice le cose così come stanno, un cinema che narra vicende di tutti i giorni e te ne rende parte integrante, un cinema che fa da eco al neorealismo.
Questo film presenta la vita.