
Va premessa una confessione abbastanza spontanea: non è stato per niente facile arrivare in fondo ad un libro del genere. Tanti sono stati gli ostacoli come il tempo o la difficoltà del testo che mi hanno indotto qualche volta a lasciare stare questo mattone (nel vero senso del termine). Ma sicuramente, se non ce l’avessi fatta, mi sarei perso tutto quello che ora andrò a descrivervi.
La trama è piuttosto semplice, più che altro la cornice: si tratta infatti di una giornata. Sì, una giornata soltanto, vissuta da un uomo di Dublino. 18 capitoli, uno per ogni ora, dalle 8 del mattino alle 2 di notte. Facile, no? Il tutto dilatato nella modica cifra di 740 pagine. Sissignori, ho appena letto il libro più minuzioso della mia vita. Nulla sfugge alla narrazione (e non al narratore, che è quasi totalmente assente), ogni singolo particolare, ogni cosa che l’occhio di Leopold Bloom vede (o addirittura intravede) viene raccontata con il riguardo che merita. Per non parlare di tutte le sue azioni: il risveglio, la colazione, le camminate per strada, tutta la gente che incontra… La cosa che rende unico questo romanzo è infatti il modo in cui le cose vengono rappresentate al lettore, ovvero (il più delle volte) attraverso il discorso indiretto libero, il pensiero.
Tutto ciò che la mente di Bloom si figura, tutti i ricordi, i commenti, la filosofia del personaggio possono essere ampiamente riassunti alla fine del libro, perché avrete in mente ogni caratteristica psicologica di esso. Inoltre ogni capitolo ha un suo particolare stile, cosa molto evidente negli ultimi capitoli: nel 13esimo le immagini sono descritte in modo poetico e malinconico (uno dei più bei capitoli, a mio parere); nel successivo invece il registro è molto alto, e i discorsi dei personaggi assumono un che di fantastico, come si trattasse di una favola; quello dopo ancora è il più lungo, e descrive l’ora passata nella zona dei bordelli, tutta inscenata in un copione teatrale, con l’apparizione di personaggi non presenti, di fantasmi e di allucinazioni (Bloom è ubriaco); il penultimo capitolo è tutto strutturato su un "domanda e risposta", con descrizioni precisissime e richiami a molti temi di cultura generale (si può riconoscere quanto l’autore fosse colto e studioso); il finale è affidato a 40 pagine di pensiero ininterrotto, senza segni di punteggiatura (a parte un punto a metà e uno alla fine – la lettura di quest’ultimo è una prova tutt’altro che facile). Solo quando chiudi il libro, esausto, ti stupisci di aver letto la narrazione di un solo giorno, che per te è equivalso a un mese, o forse di più.
James Joyce anticipa quello che sarà "1984" di Orwell, ma con molta più precisione, perché gli eventi non vengono raccontati da un "Grande Fratello", ma dal personaggio stesso, inconscio di tutto ciò. Joyce invade totalmente la privacy di uomini e donne, tutti radunati in questa sorta di Odissea eroicomica (da cui il titolo), che riflette il pensiero di una porzione del secolo passato. Un capolavoro completo e deciso, un libro che mi ha lasciato totalmente soddisfatto, perché rappresenta la narrazione "perfetta", l’andare oltre la coscienza umana.
James Joyce anticipa quello che sarà "1984" di Orwell, ma con molta più precisione, perché gli eventi non vengono raccontati da un "Grande Fratello", ma dal personaggio stesso, inconscio di tutto ciò. Joyce invade totalmente la privacy di uomini e donne, tutti radunati in questa sorta di Odissea eroicomica (da cui il titolo), che riflette il pensiero di una porzione del secolo passato. Un capolavoro completo e deciso, un libro che mi ha lasciato totalmente soddisfatto, perché rappresenta la narrazione "perfetta", l’andare oltre la coscienza umana.














