C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

giovedì 29 marzo 2007

Riflessioni su... "Il moscopardo e il senso della vita"

ovvero: il tentativo di dare un significato (più o meno preciso) a questa favola di cui nessuno sentiva il bisogno.

Partiamo dai genitori: la mosca e il leopardo. Questo strano accostamento, lo ammetto, non ha un significato vero e proprio, era solo un pretesto per attirare (?) l’attenzione del lettore, fatto sta che è buffo. Veniamo al dunque: i due genitori amano il loro unico figlio, e sembrerebbero esemplari, in realtà simboleggiano il modello odierno del nucleo familiare: nonostante la buona educazione che trasmettono al moscopardo, con lui non trattano argomenti come la vita, la morte, la religione e il mondo in generale. Perciò il moscopardo, pur crescendo in modo retto, è all’oscuro di ciò che conta veramente nella sua vita e in quella di tutti gli altri. E’ un essere ingenuo sin dalla nascita, fino a che non arriva a porsi da solo delle domande: e questa voglia di conoscere è così forte (quasi l’avesse accumulata da sempre), che senza indugio si mette in viaggio.

Arriviamo al leone: questo essere è al tempo stesso protagonista e vittima di un sistema crudele, o come direbbe Leopardi "di un meccanismo di produzione e distruzione". Il leone, parlando con il moscopardo, lascia trasparire una logica terrificante quanto vera: per sopravvivere bisogna combattere, altrimenti scappare. E nonostante tutto, il leone si rende conto di essere in fuga dalla morte, e non di essere un temibile predatore che si limiterebbe a sogghignare: "C’est la vie". Non c’è bisogno di iniziare una riflessione sul mondo di oggi, sulla divisione fra gente "importante" (se così si può dire) e gente "spazzatura", penso che tutti possano capire questa metafora.

Il piccione: anche nella vita di tutti i giorni è un essere odiato da tutti; ma soprattutto, egli NON è in alcun modo utile alla società. E anche nella nostra favola è proprio così: il piccione inveisce contro un’umanità sostanzialmente malata, ma non fa nulla per migliorare la situazione, anzi rende le cose ancora più pesanti, cagando a destra e sinistra. Il piccione potrebbe essere il simbolo del disoccupato, del pessimista cronico, del delinquente o tanto altro, e probabilmente è il personaggio meno esemplare del racconto. Ma una parte di ragione ce l’ha anche lui, ed è quello che riguarda il moto frenetico della civiltà, la ricerca di una felicità che sarà solo momentanea, il desiderio di morire quantomeno soddisfatti.

Il terzo incontro è quello col panda, forse il personaggio col profilo psicologico più complicato, ma anche un’icona ben precisa della società: il "falso credente", colui che segue determinati percorsi religiosi come fossero uno sport, un passatempo, una sorta di riempitivo per una vita altrimenti vuota. E il suo immediato passaggio allo scetticismo, in questo contesto, può anche essere visto come positivo. Egli si è reso conto di seguire una tradizione e niente di più, ma non ha mai sentito il bisogno di un conforto divino. Il nuovo estremismo ateo che si radica in lui, se non altro, è una convinzione, una presa di coscienza della condizione umana (seppur sbagliata dal punto di vista di un cristiano).

Che dire della scimmia? Sembra quasi troppo scontata la sua apparizione, un personaggio che cerca di risolvere tutto con la propria saggezza. Potrebbe essere un dio, una presenza onnisciente, come potrebbe essere un ciarlatano, una falsa figura di sicurezza, una specie di calmante contro chi vuole sapere troppo di una vita di cui nessuno sa le ragioni.
E qui la scelta la lascio a voi, voglio che ognuno abbia una propria interpretazione di questo finale. Per me, in questo caso, il fine giustifica i mezzi, perché in qualunque modo si veda la vicenda, alla fine il moscopardo torna a casa felice.
Meditate gente, meditate.

lunedì 26 marzo 2007

SOMEBODY SA(I)D


Franco Battiato - "E ti vengo a cercare"

Grazie a Enchantra per l'immagine

E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.
Questo sentimento popolare
nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.

Dovrei cambiare l'oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita che rinuncia a sé.

E ti vengo a cercare,
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.
Questo secolo oramai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.

Emanciparmi dall'incubo delle passioni
cercare l'Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un'immagine divina di questa realtà.

E ti vengo a cercare
perché sto bene con te
perché ho bisogno della tua presenza.

venerdì 16 marzo 2007

Tempo

L’agghiacciante scatto di una
sottile e ostinata lancetta.
Il pensiero di lasciare
inaspettatamente
il corpo esposto
alla corrosione degli attimi
che si susseguono.
Il soffocamento causato
dal prossimo silenzio.

Il tempo offre alla morte
il piacere di consumarti.
Trattieni ogni istante,
non esalare mai
il fremito della resa.

Il moscopardo e il senso della vita

ATTO VI: LA SCIMMIA - EPILOGO

Nel bel mezzo di un polveroso deserto, il piccolo moscopardo si disperava, e pensava che quel viaggio era stata tutta una fatica inutile. Il mondo circostante gli aveva mostrato solo egoismo, cupidigia, menefreghismo e incertezza. Nulla avrebbe potuto deludere ulteriormente l’insettino, che aveva ormai rinunciato ad ogni insulsa speranza. Dopo un breve riposo, Gigi si mise in viaggio, deciso a tornare a casa sconfitto. Pensò che avrebbe fatto meglio a rimanere all’oscuro di tutte quelle inquietanti verità, così avrebbe vissuto felicemente senza troppi affanni. Invece la sua sete di conoscenza l’aveva portato ad una profonda confusione mentale. Inoltre, poco dopo vene a piovere a dirotto, come non aveva mai visto fino ad allora. Il moscopardo si rifugiò fra i rami di un grande albero, e attese.
D’un tratto, sopra all’insetto comparì una scimmia dall’aria simpatica, che lo salutò. Gigi non rispose, e si girò dalla parte opposta. "Cos’è che ti affanna, piccolo?", chiese la scimmia. Gigi stette zitto per un po’, poi disse con voce strozzata: "Questo posto non fa per me. Su questo pianeta abitano solo esseri malvagi e senza rispetto per gli altri, lasciano che la gente soffra e venga emarginata, come è successo a me. Penso proprio che questa vita non abbia alcun significato. Ora lasciami in pace.".
La scimmia rimase perplessa, ma era decisa ad aiutare il moscopardo. E disse: "Sinceramente, io non so se la vita abbia realmente un senso così netto, come quello che stai cercando tu: non so se qualcuno ha qualche progetto in mente per far sì che tutto questo andirivieni porti a qualcosa di concreto. E poi è vero: ogni essere pensa solo al proprio interesse personale, non capisce chi lo circonda, o peggio lo evita. Sì, è un mondo piuttosto difficile. Eppure io sono ancora capace di amare la vita. Per il semplice fatto che la possiedo. Nulla è più importante della tua vita, l’unica cosa che realmente puoi considerare TUA. Sta poi a te decidere come svilupparla, per crearti un futuro. Segui il mio consiglio: non cercare di dare un significato all’esistenza, pensa soltanto a viverla al meglio. Allora sarai realmente felice.".
Un piccolo sorriso apparve sul volto del moscopardo, che lentamente si alzò e riprese il volo.
La pioggia era terminata.

Editoriale


Annuncio già da ora che mancherò per una settimana intera (finalmente me ne vado a Parigi!!!), perciò ho deciso che vi lascerò uno o due post da leggere tranquillamente durante la mia assenza. Fra questi troverete (finalmente!) la conclusione dell’epopea del "Moscopardo", poi mi saprete dire il vostro giudizio complessivo. Come già accennato, in futuro pubblicherò un testo che faccia luce sui personaggi della "favola".
Vi lascio inoltre una nuova poesia. Buon proseguimento a voi, e buone vacanze a me!

Paloz

martedì 13 marzo 2007

Il moscopardo e il senso della vita

ATTO V: IL PANDA

Ridendo (poco) e scherzando (tantomeno), il decimo giorno di viaggio il moscopardo raggiunse l’Asia, il vastissimo continente orientale. Gigi non aveva mai visto quella terra misteriosa (come del resto non ne aveva vista nessun’altra). Beh insomma, arrivò in una regione non ben definita, dove incontrò un animale molto curioso: il panda. Il gigante bicolore stava aggrappato ad un ramo di bambù, annusandolo. Gigi lo salutò, e il quadrupede si voltò con aria un po’ scocciata, come fosse stata interrotta un’attività di vitale importanza.
L’insetto cercò di introdurre il discorso con frasi generiche del tipo: "Come si sta da queste parti?". Il panda disse: "Insomma sì diciamo che ecco è un bel posto d’accordo però sai cos’è il fatto è che con gli ecologisti che aspettano che tu abbia rapporti con un’altra ecco sì non è che uno poi cioè diciamo sì si sta bene ma si potrebbe anche star meglio". Il moscopardo fu sepolto da questa valanga di parole, senza traccia di una sola virgola o puntini di sospensione. Poi decise di andare al sodo, e recitò la frase ormai di rito: "Secondo te, qual è il senso della vita?".
Il panda riattaccò: "Guarda sta tutto in quello che credi cioè dipende da come tu vivi il tuo lato spirituale come ti metti in contatto con le entità superiori tipo quando fai meditazione ecco cioè ti senti confortato perché senti che qualcuno da lassù ti sta vicino". Intanto il moscopardo stava pensando che quella canna di bambù il panda se la fosse fumata, ma decise che avrebbe ascoltato quello che aveva da dire l’orso in bianco e nero. Intanto quest’ultimo aveva fatto una breve pausa (per la prima volta), e riprese:
"Vedi nessuno può accettare di farcela da solo a questo mondo abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci ami che non ci abbandoni mai e questo puoi trovarlo solo nelle grandi divinità del cielo". Il panda diceva cose piuttosto incomprensibili per l’insettino, ma egli vedeva che l’orso era molto convinto di quello che affermava, perciò si ritenne soddisfatto. Poi chiese: "Ma tu hai mai incontrato queste divinità?". Il panda si fermò di colpo e assunse un’aria di riflessione, poi disse: "Beh vedi un approccio diretto proprio no cioè i miei genitori mi hanno insegnato la religione ma io non ho mai raggiunto uno stato di pace forse non mi sono impegnato abbastanza ma… forse, in fondo… (il panda cominciò a parlare in modo più distinto) sì, forse… forse gli dèi non esistono nemmeno! Ma come ho fatto a non pensarci prima? Voglio dire, se non si sono mai manifestati, allora significa che non ci sono, e se ci sono ci odiano! Perché c’è tutto questo dolore al mondo? Sì, di sicuro non c’è nessun dio che possa voler bene all’uomo!".
Inaspettatamente, Gigi si mise a piangere e volò via in un istante. Il panda ammise fra sé di essere stato parecchio radicale nel suo discorso, e capì che aveva cambiato il suo pensiero in pochi attimi, ma più che triste si sentì nervoso e preso in giro da un falso mito, che poco prima avrebbe chiamato "Dio".

domenica 11 marzo 2007

Breve Intervista (or “Get to know your friend Paloz”)

Mi Piace:
Restare solo in casa e ascoltare un bel cd in santa pace
Svegliarmi ridendo
La nebbia
Chiudere il quaderno alla fine delle lezioni
Trovare l’ispirazione per scrivere
Incontrare un amico per strada, quando sono giù
Camminare per le stradine di Bologna (o di qualunque altra città)
Sentire la pioggia sulla faccia
Improvvisare (con o senza chitarra)
Guardare gli occhi di uno spettatore di ping-pong
Commuovermi con un film
Sfottere i prof più ingenui
Sentire la gomma delle scarpe strisciare sull’erba bagnata
The Dark Side Of The Moon
La città di notte
Consultare libri d’arte e vinili
Prendermi un momento solo per me
Uno stradone deserto
Rilassarmi con la musica classica

Non mi Piace:
Ricevere un falso complimento
Essere in ritardo o in anticipo (cioè sempre)
Svegliarmi da un sonnellino pomeridiano
Dover correre a destra e a sinistra
Essere frainteso
Il pesce
Essere interrotto durante un momento clou/ Dover interrompere un cd
Il disordine sulla mia scrivania (e la polvere!)
Guardare in che stato è ridotta la programmazione televisiva
Chi si spaccia per cosa non è veramente (o peggio non sa quel che dice)
Chi bestemmia
Chi si contraddice in un breve tempo

3 cose che mi renderebbero felice prima di morire:
Essere capito a fondo da chi mi conosce
Pubblicare un libro
Essere ricordato per essermi distinto dalla massa.

giovedì 8 marzo 2007

Recensioni Musicali


Una recensione già pubblicata su DeBaser, e una delle più apprezzate che ho scritto.

Il Rovescio Della Medaglia - "Contaminazione"

VOTO: 5/5
Il progressive italiano è stato amato e snobbato al tempo stesso da molte persone, ed è spesso stato apprezzato di più all'estero che qui. Gruppi come Locanda delle fate, Metamorfosi, Pierrot Lunaire, Pholas Dactylus e Garybaldi non sono certamente passati alla storia come altri gruppi (cito solo PFM, Le Orme e Banco). Indubbiamente fa parte di questa fascia di gruppi anche Il Rovescio Della Medaglia, che ha pubblicato solo 3 album nella propria carriera degli anni 70. Così, mentre i più famosi gruppi dell'it-prog facevano il loro (diciamo pure porco) successo (sebbene giustamente), questi altri gruppi venivano rimossi ingiustamente dalla memoria dei rocker italiani.
Il loro primo album fu "La Bibbia", edito nel 71, un concept che riprendeva in generale i primi capitoli del testo sacro. Un ottimo esordio con canzoni impegnate, anche se non totalmente innovative (Sodoma E Gomorra va sicuramente ricordata e osannata per il suo splendore). Nell'anno successivo viene pubblicato "Io come io", con il quale comincia a farsi sentire non solo lo stile effettivo della band, ma anche il tema che forse li interessa maggiormente: lo studio dell'essere e della personalità.
Arriviamo dunque al 1973, che segna l'anno della vera svolta del gruppo, che si presenta con un progetto più che mai ambizioso: conciliare la musica classica col progressive (cosa che fino ad allora solo Zappa era riuscito a concepire sapientemente). Il tema principale dell'album diventa perciò, come da copertina, "di alcune idee di certi preludi e fughe del ‘Clavicembalo ben temperato' di Johann Sebastian Bach". Molti si sono scontrati verbalmente sull'importanza o sulla riuscita della suddetta opera, e io mi schiero radicalmente dalla parte del "ce l'hanno fatta, eccome". L'album che ci troviamo davanti non è solo sperimentazione da giovani band ambiziose, ma anche la certezza che l'ambiguo progetto è possibile. E anche qui, appunto, si presenta in un certo modo il tema dell'io, della confusione mentale (cito a memoria - poco affidabile: Mi son svegliato, non so più che musica facevo...). Ed è proprio questo che dà titolo all'opera, la "Contaminazione" della vera musica (quella che forse può essere definita primordiale, la prima vera espressione del suono, cioè la classica), con la modernità, la musica dei comuni mortali, destinata a scomparire, prima o poi. E' questo che rende quest'opera unica, quel pizzico di eternità che solo J. S. Bach sa infondere. Non sto dicendo che questo album verrà ricordato per sempre (anzi è ignoto al 98% della popolazione mondiale), ma che va obbligatoriamente riscoperto, per sentirci fieri di almeno una realtà che ha attraversato l'era del rock, ma di cui pochi si sono accorti. Non descriverò neanche un brano di questo album, che dà vita ad emozioni che neanche io avrei mai potuto immaginare. Ed inoltre è tutto riassunto in quello che rappresenta la perfetta conclusione dell'album, "La grande fuga".
Chi saprà accostarsi a questo album con pazienza e un po' di ottimismo, vi scoprirà un Capolavoro con la c maiuscola. Niente scherzi. Solo un sogno che non scorderete mai.

lunedì 5 marzo 2007

Editoriale

Segnalo il link per scaricare la mia prima registrazione fatta in casa: chitarra solista sulla base di "Shine on you crazy diamond" dei Pink Floyd. Sono 11 mega, abbiate pazienza!

http://www.badongo.com/file/2388485
(Nel caso non funzionasse ditemelo, ammenoché non me ne accorga di persona)

Ringrazio chi mi segue assiduamente, soprattutto riguardo la storia del Moscopardo, che ha ancora un seguito. Alla fine del racconto, pubblicherò delle riflessioni sulla storia in generale e sui personaggi che vi si incontrano.

Doverosi ossequi,

Paloz

Il moscopardo e il senso della vita

ATTO IV: IL PICCIONE

Il settimo giorno di viaggio il piccolo Gigi si trovò faccia a faccia con un piccione. Il pennuto era appollaiato a un cornicione, e guardava i passanti compiaciuto. Il moscopardo, avvicinatosi al volatile, gli chiese: "Secondo te, qual è il senso della vita?".
Il piccione rispose: "Li vedi quei tizi lugubri, col volto ombroso e le sopracciglia aggrottate? Sono gente strana; sempre indaffarati, corrono a destra e a sinistra, sudando all’inverosimile. Raggiunto il loro luogo di lavoro, si rinchiudono in un ufficio angusto e ci restano delle ore ininterrottamente. Tornano a casa, mangiano e vanno a letto. Ti sembra che tutto questo abbia una logica? Dimmi, ti sembra?". L’insetto assunse un volto interrogativo.
L’uccello proseguì: "Te lo dico io, tutto questo non ha senso. Io riesco a sopravvivere con poche briciole, mentre loro vogliono avere il mondo intero. E sai che faccio io? Io gli cago in testa! Io imbianco le zucche pelate degli impiegati, insozzo le strade di luride feci e attacco malattie a chi osa avvicinarsi. E lo sai perché?". "No", disse Gigi.
"Perché questo mondo è una gigantesca e putrida MERDA! Ecco perché! Dobbiamo tutti fare qualcosa per vivere meglio, per avere amici, per sentirsi importanti per altre persone. Ma la maggior parte delle volte la gente se ne frega, di te e dei tuoi sentimenti. Questo mondo non merita di esistere. Se potessi, mi farei fuori e non mi prenderei pena di pensare a tutto questo."
Nonostante la scarsa intelligenza del piccione, il moscopardo condivideva in parte i suoi pensieri, e ne fu impressionato. Stava già andando via, ma Gigi gli chiese: "Ma se davvero vuoi morire, perché non ti sei ancora ucciso?".
Il piccione non rispose. In realtà aveva molta paura della morte, ma non ebbe il coraggio di ammetterlo.

giovedì 1 marzo 2007

Il moscopardo e il senso della vita

ATTO III: IL LEONE

Il terzo giorno di viaggio incontrò un leone: quest’ultimo, quando vide Gigi, si mise a ridere sguaiatamente, mostrando i suoi denti gialli e letali. Il moscopardo non si lasciò impressionare, e gli chiese se aveva due minuti liberi per parlare. Il leone, ripresosi, sorrise ed esclamò: "Spara!". L’insetto chiese: "Secondo te, qual è il senso della vita?".
Il sorriso del predatore si allargò notevolmente, poi disse: "Purtroppo, caro mio, viviamo in un mondo crudele. Vedi, io per vivere sono costretto a cacciare ogni giorno, dalla mattina alla sera; sai, ho 2 figli e una moglie da sfamare, non è mica un lavoro facile. Ovvio che c’è sempre qualcuno che ci rimette la pelle, ma del resto è così che va la vita. Anche io sono braccato dai cacciatori, sai? Ah non credere mica veh! Ma lo sai che ti dico? La vita non è altro che una continua fuga dal pericolo. Tutti scappano per vivere. E andando alla radice del problema, è proprio l’uomo che causa tutto ciò. Pensa, gli uomini si ammazzano fra loro. Esseri della stessa specie che si uccidono, e non per mangiare, ma per avere più rispetto, più denaro, più successo. Tutti concetti astratti e senza significato. E lo sai perché? Perché tanto siamo tutti destinati a morire prima o poi, non c’è scampo. Perciò che senso ha prevalere sugli altri se poi tutti moriremo allo stesso modo?".
Il moscopardo rimase allibito. Non aveva mai sentito parlare in modo così diretto della morte. In quel momento gli furono chiare molte cose. Ringraziò il leone e si allontanò.
Quest’ultimo, per la prima volta, non si sentì più il "re della savana", e si accovacciò amareggiato.