C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.

"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"

sabato 17 maggio 2008

SOMEBODY SA(I)D


Francesco Guccini - "Autogrill" (1983)

La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven-up,
e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità,
come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill,
mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR...

Bella, d' una sua bellezza acerba, bionda senza averne l'aria,
quasi triste, come i fiori e l' erba di scarpata ferroviaria,
il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere...

Basso il sole all' orizzonte colorava la vetrina
e stampava lampi e impronte sulla pompa da benzina,
lei specchiò alla soda-fountain quel suo viso da bambina
ed io.... sentivo un' infelicità vicina...

Vergognandomi, ma solo un poco appena, misi un disco nel juke-box
per sentirmi quasi in una scena di un film vecchio della Fox,
ma per non gettarle in faccia qualche inutile cliché
picchiettavo un indù in latta di una scatola di té...

Ma nel gioco avrei dovuto dirle: "Senti, senti io ti vorrei parlare...",
poi prendendo la sua mano sopra al banco: "Non so come cominciare:
non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?
Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via."

Terminò in un cigolio il mio disco d' atmosfera,
si sentì uno sgocciolio in quell' aria al neon e pesa,
sovrastò l' acciottolio quella mia frase sospesa,
"ed io... ", ma poi arrivò una coppia di sorpresa...

E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d' ogni cosa,
cancellarono di colpo ogni riflesso le tendine in nylon rosa,
mi chiamò la strada bianca, "Quant'è?" chiesi, e la pagai,
le lasciai un nickel di mancia, presi il resto e me ne andai...

mercoledì 14 maggio 2008

Echec et mat

Rampa, rampa, rampa, terra.
Ogni giorno, tutte le mattine, se sperava che l'ascensore si schiodasse dall'ottavo piano. Chissà poi che cazzo c'avevano da fare sempre su e giù a trasportare bambini, animali, borse della spesa e di nuovo su giù su giù. Ci si divertivano, furiosamente.
Aveva anche perso l'abitudine di spingere il bottone: guardava, frazione di secondo, scale. A volte, pur accortosi che era lì, tirava diritto con uno sguardo da persona che non può perdere tempo o non vuole. Fuori dalla porta, avanti, giù dai gradini di marmo. 83. Sempre quelli.
Aveva la cadenza di un rito, preciso e mai rapido. Naturale, come uno scivolo.

Tatap-tatap-tatap-tap (tap, tap).
Tatap-tatap-tatap-tap (tap, tap).

Nessuno prendeva le scale. Ottenere l'ascensore diventava una guerra, ma la gente ama le sfide: svegliarsi presto, uscire, spingere, tornare a prendere il necessario e correre a fermare i portelli, prima che si richiudano per risalire ai piani alti e dover ricominciare tutto da capo. Allora scale, basta.
Poi gli eventi casuali non c'entrano. Però certo, è strano. Ma quando fai le cose meccanicamente, insomma senza il bisogno di ragionare, è perché sai che non può accaderti nulla. Arrivato a una certa rampa un giorno, si sentiva come sempre certo di trovare terra dopo, la fine delle scale. In quel frammento tra la fine della rampa e il muro ad angolo retto, in una miliardesima parte di una smisurata vita intera, si trovò di fronte un'altra rampa. Che non avrebbe dovuto incontrare.
La sua mente, durante la discesa, contava senza pensare, come una distanza ripetuta all'infinito, sai quanto e cosa aspettarti. Un tilt subitaneo, quello, e per un istante ancor più breve il suo pensiero non c'era. Assente. Bloccato dentro, nei nodi più saldi e nascosti del cervello: sfilacciati, smagnetizzati per un momento così breve da non esistere quasi. Niente di grave, diciamo: una volta affacciatosi sulla soglia del mondo razionale, tutto è tornato come prima, la solita discesa agli inferi della rovente, venosa città degli uomini.
Fortunatamente non è difficile farsene una ragione, ma di lì sai che cedere sarà ovunque e in qualsiasi situazione. Solo un assaggio, amaro forte.

sabato 10 maggio 2008

EP - Battles: Mirrored


“People won't be people when they hear this sound” (Atlas)


E' uscito soltanto l'anno scorso il primo disco in studio ufficiale dei Battles, che prima erano pensati come un “semplice” progetto. Oggi, avendo tra le mani “Mirrored” possiamo tranquillamente affermare che si tratta del disco più innovativo di questo secolo.
E' necessario chiarire da subito: questo disco non è perfetto (tutt'altro) e non è esattamente un capolavoro, anche se ne ha le sembianze. La sua importanza risiede, tutt'al più, nel fatto che inscena un genere praticamente inesistente, definito in mille modi diversi dalle varie riviste musicali. Possiamo trovarvi di tutto: principalmente Math-Rock, ma anche Post, Prog, minimale, elettronica... E' un condensato di generi che normalmente fanno fatica a convivere in una sola opera: i Battles sono quindi fondatori, punti cardine e ispiratori di una potenziale nuova era.
Senza addentrarsi in un'analisi che potrebbe risultare poco chiara e forse oltremodo noiosa, vi esporrò i tratti che saltano subito all'orecchio durante un primo ascolto, che in quasi tutti i casi si rivela insufficiente (per soddisfazione e comprensione). Il primo elemento che fa amare questo disco è il ritmo: un ritmo che è vita, che non si toglie di dosso, che ti fa agitare i piedi anche alla fine dei brani; non è soltanto un martellamento di base per acrobazie stilistiche, ma parte integrante e capostipite della musica in questione. Senza di esso, nulla avrebbe il senso che ha.
In secondo luogo, la creatività: gli improbabili accostamenti sonori, solo qualche volta stridenti, mentre tutte le altre semplicementi geniali. Ancora mi domando come possano essere stati concepiti brani come Ddiamondd e Rainbow (per me l'apice di fantasia nel disco), che sprizzano energia ad ogni diversa tonalità. Semplicemente non lo trovo di questo mondo, un album così ricco.
Ultima considerazione, la tecnica: quattro fenomeni, provenienti da esperienze analoghe ma sostanzialmente differenti, si riuniscono in una formazione esplosiva nel vero senso del termine. Ian Williams (ex componente dei Don Caballero) si è sapientemente affiancato un polistrumentista originale come Tyondai Braxton e un batterista violento come John Stanier, oltre ad un altro bassista/chitarrista (il meno pazzo della combriccola). Un mix senza freni, coordinato al massimo ed efficace in ogni aspetto, in studio e non.
Non accontentatevi di un solo ascolto, poiché successivamente non potrete più farne a meno. “Mirrored” è il manifesto surreale del 2000, un successo che ha già girato il mondo e che è passato sulla bocca di tanti appassionati, e non a torto.
Una formazione da amare, un disco strabiliante e allucinante. Da avere e adorare.
PS: ho da poco visto una delle due date italiane del tour. Non sono mai stato così soddisfatto di un concerto, prima. Un'esecuzione magistrale (da segnalare Race In, Tonto e Tras), una carica ancor superiore al disco, un talento che solo lì davanti a loro è chiaramente visibile. Temo però che non torneranno mai più. Posso solo lasciarvi un paio di foto e il disco, che vi obbligo a prendere.

Voto: 4,9/5
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lunedì 5 maggio 2008

Art Review - William Bouguereau

Le opere di Bouguereau sono affascinanti per la loro incredibile espressività e al tempo stesso per il realismo con cui i soggetti vengono rappresentati. Anche i personaggi mitici o simbolici assumono dunque una loro incarnazione terrena, con trattazioni morbide e sensuali per i soggetti femminili e una maggiore naturalezza e sensibilità per i bambini.
Ogni quadro dell'artista viene definito nei più minimi dettagli, e fra le centinaia di opere è stato arduo sceglierne solo otto, da presentare a voi, a chi non lo conoscesse, a chi probabilmente lo amerà.
E' consigliabile (se non obbligatorio) vederle in formato più grande, semplicemente cliccando sulle immagini.
Buona visione.


Amour à l'affout




La jeunesse de Bacchus



Nymphes et satyre

Biblis


Les jeunes baignantes

Dante et Virgile au Enfers


Douleur d'amour





Le ravissement de Psyche

giovedì 1 maggio 2008

Ephèbe

Cercava la morte, nei vicoli più stretti della città e nella sporcizia, nelle piccole cose d'ogni giorno, nella confusione. La cercava avidamente, poiché fin troppo aveva atteso nella sua stanza, a piangere come tanti anni prima. Si guardava attorno, e gli altri sorridevano per far credere che tutto andasse al meglio, mentre dentro si rodeva cercando un segnale, qualcosa.
L'unica cosa che aveva per la testa era anche l'unica che non serviva: necessitava di immagini perlomeno umane, che sapessero dare un briciolo di fiducia nel breve futuro che si trovava malauguratamente di fronte. Il tempo intanto sembrava prendersi gioco di quell'ombra, prossima al completo prosciugamento dell'animo. Poiché se di morte pura non poteva morire, allora così avrebbe conosciuto la propria fine. Dolorosa, sì. Necessaria, anche.
Quando glielo avevano raccontato non ci aveva fatto molto caso. Ora ci sguazzava dentro; ogni tanto si accorgeva di sogghignare, e non sapeva perché. Forse perché ancora non sapeva di trovarsi nella medesima situazione. E non ne parlava a nessuno.
Se anche avesse voluto conforto, da chi avrebbe potuto ottenerlo? Da chi non sapeva, da chi poco se ne interessava, da chi non ci credeva. A conti fatti, era meglio così. Ma dov'era la morte, giusto quando serviva? La morte naturale, sottinteso. Quella che si prende solo la gente vissuta e la gente che non la vuole. La morte vigliacca, quella che si fa vedere ogni tanto e poi se ne va senza nemmeno salutare.
Camminava, ogni tanto lei appariva e subitamente si nascondeva. Ma non smise di cercare: la poteva trovare solo nei luoghi dimenticati, nella miseria, in coloro che vedevano la vita allo stesso modo, come un'attesa di niente. Come un caval donato da un dio beffardo.
Quando la trovò, era passato sin troppo tempo e pensò che forse, in quel momento, avrebbe accettato anche il conforto meno gradito, quello che chiunque avrebbe potuto offrire, nella propria semplicità, nel proprio insensato amore per la vita. Che, in fondo, era pur sempre un conforto.
L'orgoglio e la fatica però vinsero.
Cercava la morte, poiché della vita non sapeva più che farsene.

lunedì 28 aprile 2008

EP - The Who: Tommy


Disco che detiene la carica di prima vera rock opera, “Tommy” (1969) è un fondamentale pezzo di storia: un racconto che ha del surreale, intrigante e contornato da composizioni antologiche. La celebre vicenda del bambino cieco/sordo/muto viene narrata con musiche davvero appropriate, ideate dalla mente geniale di Pete Townshend, che mai più ripeterà un tale successo.
Una storia altamente drammatica, nella quale il piccolo Tommy vive un'infanzia infelice, maltrattato da genitori, cugini e zii troppo crudeli per esistere davvero: tutto ciò fino al momento in cui, diventato grande, comincia a giocare al “pinball” (il nostro flipper) sino a diventare campione imbattuto, nonostante i suoi difetti sensoriali. Il suo successo, dopo la guarigione, sarà l'arma con cui egli stesso si distruggerà, travolto dal dissenso della folla accortasi d'aver creduto in un falso mito.
Una prova non facile per il cantante Roger Daltrey (che impersona praticamente tutti i protagonisti) e per Townshend stesso, che riesce a rendere la chitarra acustica ancora più penetrante dell'elettrica. I toni generali ingannano: se le musiche delineano infatti una sensazione neutrale, la narrazione segue una trama feroce, della quale potete trovare l'intero testo nel booklet.
Va tra l'altro detto che siamo nel 1969, quindi non proprio ai giorni nostri. Del resto, tale anno ci ha dato altri capolavori di svolta della musica rock.: questo non fa altro che confermare il cambio di rotta, in una maniera meno progressiva, ma con un folk ugualmente innovativo. Potente, talvolta toccante, un episodio assolutamente mai ripetuto.
I numerosi brani si susseguono senza pause, e sono saldamente legati fra loro per rendere omogenea la narrazione: i passaggi più interessanti, a mio parere, sono “1921”, “Christmas”, “Cousin Kevin” (uno dei più drammatici), “Go To The Mirror!” e “Sally Simpson”.
L'estrema complessità dell'insieme (sebbene di facile ascolto) è ardua a descriversi. Se perciò non siete (ancora?) a conoscenza di questo colosso, non esitate oltre.

Note:
- Il voto è basato non solo sul piacere musicale, ma anche sulla rilevanza storica, concordata da qualunque appassionato con un buon orecchio.
- La completezza dell'opera ha ispirato un lungometraggio dallo stesso titolo, con differenti arrangiamenti e la partecipazione di alcuni famosi artisti tra cui Eric Clapton, Tina Turner, Elton John e Jack Nicholson. La parte di Tommy è affidata allo stesso Daltrey, che rende perfettamente il senso di spaesamento e di follia del protagonista. L'unico difetto del film è che fa venire mal di testa: troppi trip psichedelici, di cui forse si poteva fare a meno.

Voto: 5/5
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lunedì 21 aprile 2008

MEME(nto) gustus

Quel giovialone di Novalis mi ha appioppato, ebbene sì, un maledetto meme (che di questi tempi paiono andare di brutto). A dir la verità, ne ho visti di più appassionanti, ma l'abilità del singolo scrittore può rivelarsi geniale, nonostante lo spunto semplice. Tranquilli, non è il mio caso.
Procedo perciò ad elencare sei (6) cose che mi piace fare. Mi sento così scontato, gente. Aspettate che ci penso un po', così non dico le solite castronerie e mi invento qualcosa di interessante.






...






...




















...








Niente, vado con le banali.


1) Mi diverto come un pazzo a recitare. Ma in nessuno dei due (?) sensi che potete immaginare, ovvero: non sono mai salito su un palcoscenico, se non per errore; odio, detesto dire bugie. La mia recitazione consiste in molto altro: sono imitazioni, sono prese di posizione ferme e sicure, ma tutte per finta. Un giorno potreste vedermi convintissimo e serissimo nel dimostrare la mia adesione totale alla Lega Nord, e il giorno dopo esporre una tesi sulle tempeste ormonali della gioventù moderna.
Recitazione, recitazione, recitazione. E' tutto qui. E mi piace come poco altro, poiché il più delle volte mi riesce da paura.


2) Ascoltare tanta di quella musica da (per davvero) non poterne più. Rimpinzarmi la testa di melodie, scoprire nuovi generi, vecchi e nuovi sfizi dei compositori più misconosciuti, possibilmente folli. E (2 bis) ascoltare quei dischi che non sono mai uguali alla volta precedente. Ma quello è puro genio.


3) I film. Meglio se sono muti. Meglio se son sinceri. Meglio se fanno piangere. Perché a quel punto, se un film riesce a commuovermi (e più d'una volta) arriva a essere sovrumano, e poche cose lo sono.


4) Guardare negli occhi la gente. Perché è un lusso che mi concedo poche volte, e perché sono convinto che osservandoli direttamente potrei capire tutto di loro. Quello che pensano, cosa fanno, cosa vorrebbero, chi sono veramente. Datemi del pazzo, o del superbo. Io ci credo.


5) Dormire.


6) Scrivere, quando se ne ha. Se qualcuno mi dicesse: “Per domani voglio che mi scriva un racconto”, io gli rispondo: “Non contarci”.
L'ispirazione, ahimé, esiste veramente, ed è sempre più rara. Ma quando come un fulmine ti si scaglia contro, allora vorresti andare avanti per sempre. Perché chi scrive per davvero fra le parole e i punti (e le parentesi) ci mette sé stesso, a volte senza rendersene conto. E' una libidine, un lungo respiro sino al termine. Prima, il tempo non esiste.


Il regolamento mi dice che devo, a mia volta, andare a sconvolgere la vita privata di altri sei (6) bloggers, perché possano ripetere questa noiosa manfrina. E' un lavoro che mi piace poco, ma sono costretto.
Perciò eleggo, a raffica: Zambo, la Charlie, Diluvio, Anonimo Veneziano, Gb e basta perché non è che ho i contatti di mezzo mondo. Eccheddiamine.


Ecco le regoline a cui sottostare ligiamente:

a) Indicare il blog che vi ha nominato e linkarlo;
b) Inserire le regole di svolgimento;
c) Scrivere sei cose che vi piace fare;
d) Nominare altre sei persone affinché proseguano il meme;
e) Lasciare un commento sul blog dei sei prescelti amici memati.


Che fatica! A presto, fanatici e assetati di gossip.
(Se volete insultarmi i commenti sono qui sotto)

giovedì 17 aprile 2008

Invito alla lettura - "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway


Santiago è un vecchio. In questa storia sentiremo poco spesso il suo vero nome, proprio perché questo nome non ci interessa quasi.
E' una persona che ispira malinconia, anche senza vederla. E' un uomo sul bordo della vita, eppure continua a vivere per la sola ragione che ritiene degna: la pesca. E' un uomo che nel mare c'è cresciuto, ha visto di tutto lì e conosce ogni minima sfumatura, ogni particolare, ogni meccanica: sa sempre dove dirigersi, cosa pescare e come pescarlo. Ha un fidato aiutante, Manolo, che si fida ciecamente di lui, lo segue nei suoi successi e nei fallimenti.
Il vecchio un giorno si mette in mare, da solo. Prende tutto l'occorrente e parte, per una pesca grossa. La vita, si sa, adora metterci alla prova, per poterci confrontare con noi stessi e cercare di superarci. Inizia così una folle battaglia marina tra il vecchio ed un enorme marlin: un conflitto di strategia, dove i contendenti si misurano e si studiano in ogni mossa, ma anche una vera sfida di resistenza fisica. Il vecchio, già vittima dell'età avanzata, mette a dura prova le sue forze, arrivando quasi a morire dal dolore: eppure la sua determinazione e accortezza lo salvano.
Sono le descrizioni dettagliate e i piccoli gesti a farci sentire quantomai partecipi di questa poetica parabola moderna: il sudore che cola dalla fronte del vecchio, la sua mano insanguinata lavata nell'acqua marina... E' incredibile ritrovarsi lì, su quella barca, dopo tanti anni di esperienza e di fatica – però seduti, immersi in quel centinaio scarso di pagine giallastre, presi come poche altre volte.
Siamo noi, quel vecchio in mezzo all'oceano, possiamo sentire sulla pelle i riflessi del Sole sull'acqua, il lento incedere delle onde a prua, il profumo del cordame ruvido e consumato. Ci siamo ritrovati proprio lì, senza nemmeno accorgercene. E stiamo ritornando a casa, senza alcuna preda, solo con le nostre ferite che lentamente si rimarginano.
Forse qualcuno potrebbe ritenere esagerato il paragone fra questo libro e la nostra vita. Ma sono sicuro che quando vi ci troverete, in quel metaforico mare, ripenserete più attentamente a questa vicenda. E vi vedrete di nuovo circondati dai pescecani, spaventati, ma pronti a tutto per salvarvi.
Il nome del vecchio non ci interessa, perché quel vecchio è tutti e nessuno. Ma ci racconta una storia vera. Somiglia tanto alla nostra.

“È stupido non sperare, pensò. E credo che sia peccato.”


PS: il suddetto romanzo breve è valso ad Hemingway il Nobel per la letteratura, e non a caso: basta leggerlo per capire che non tutti sono capaci di incollarti ad una vicenda con un solo protagonista, in una trama sostanzialmente esile, il tutto dilatato su un intero libro.

Edizione consigliata: “Oscar Mondadori, Classici Moderni”

lunedì 14 aprile 2008

EP - Eluvium: An Accidental Memory In The Case Of Death


Eluvium è la poesia di un istante.

Facile perdersi nei meandri della musica complessa: è d'altronde normale, poiché suole darci più stimoli, inebriarci, riempire l'orecchio di tutti i suoni possibili. Ci illude di trovare una soddisfazione duratura, ma che purtroppo svanisce in men che non si dica. Come tutte.

E d'altronde, abbandonarsi a questa musica spiazza. Perché è nuda. E' la tanto ricercata "descrizione di un attimo".

Un ricordo accidentale in caso di morte. Poche immagini hanno la stessa potenza espressiva, la stessa fugacità. E con questo disco è facile immaginarlo, il momento. Perché è un disco breve. Eluvium non raggiungerà mai più un tale obiettivo, poiché il dilungarsi (ogni tanto) lo penalizza.

Purtroppo, gli istanti hanno il difetto di morire in fretta. Per questo motivo avete sotto mano una dilatazione di quell'istante, che rimarrà ugualmente breve. Quando arrivate alla fine, non siate tristi perché si è già concluso. Ciò che conta è viverlo. E più tardi, se ne avrete la forza, riviverlo.
Non piangete. Immaginate di morire dopo averlo assaporato. Immobili, guardatevi dentro. Capirete che la morte vi spoglia, ma conserva il vostro ricordo intatto. E' il ricordo che vorreste portare con voi per sempre. E così sia.

Voto: -
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domenica 13 aprile 2008

Editoriale

Prima o poi doveva succedere. Speravo che il mio computer avesse un che di immortale, ma cominciava a perdere colpi già da troppo tempo. E alla fine si è beccato un virus ultra-letale.
Così, in seguito a una sofferta formattazione, mi ritrovo a scrivere sullo scrausissimo "Blocco Note" di Windows e a scusarmi con tutti voi per la mia temporanea assenza.
Non nascondo che questa pausa mi ha in parte rigenerato, e offerto alcuni spunti per le successive pubblicazioni. Non tutto il male, si suol dire, vien per nuocere. Anche se buona parte ha questo intento.Grazie, ad ogni modo, per la vostra pazienza. Sarò di ritorno in men che non si dica, e appena disponibile in forma più tranquilla verrò a salutarvi uno ad uno.
Nel frattempo mi sono trasferito alle Bahamas, in una villa che dà sull'oceano, patentato, con una moglie, due figli gemelli e un lavoro stabile.
No, non è vero.
Però la patente l'ho presa davvero.