Erano già passate le dieci, e sapeva che sua madre quella notte non sarebbe di certo tornata a casa. Uno stato di immobilità la colse fin quando suonarono una seconda volta, più pacatamente. Ignorando l'identità dell'avventore, Diana provò un senso di spontaneo pudore, e corse a nascondere il ventre nudo in un paio di pantaloncini di cotone. L'assenza di biancheria intima sotto la maglietta azzurra, indossata appena prima, dava alle sue grazie una delicatezza vaporosa altrimenti inimmaginabile. I capelli ancora umidi le precipitavano sulle spalle, esibendosi in leggere volute biondo scuro. Nell'avvicinarsi alla porta d'ingresso fu travolta da un gelido soffio di vento proveniente dalla sua destra: un subitaneo giramento di testa la scosse, ancora ammantata dal calore della sala da bagno. Aprì appena un poco l'uscio, dimenticando di rispondere, e si diresse zompettando verso la finestra, ora spalancata dalla forza della corrente. Afferrò la maniglia d'acciaio e richiuse il vetro con tutto il peso del suo corpo; vi rimase appoggiata qualche istante, scorgendo la punta degli alberi quasi spogli del giardino condominiale. Stava per voltarsi, quando la luce dietro di lei scomparve. Ebbe a disposizione un secondo per poter intravedere la sagoma del nuovo ospite, ricalcata dall'illuminazione del pianerottolo, poi venne il buio.
Ora, tra i fattori che determinano una solida razionalità mentale, assume un certo valore la distanza più o meno consistente tra realtà e sogno. E se per qualche tempo Diana aveva sofferto del sensibile accorciamento di quel divario, non fu per nulla difficile ledere il suo equilibrio nel momento in cui le due dimensioni si compenetrarono l'una con l'altra. Avrebbe voluto dire un'infinità di cose, tradurre in un discorso sensato ciò che avvertiva dentro di sé, ma quello che ottenne furono soltanto dei farfugliamenti sconnessi.
Si avvicinò al centro della stanza seguendo con la mano i bordi del tavolo, fin quando non si trovò di fronte all'ombra di lui. Le posò l'indice sulle labbra ancora prima che potesse tentare di rivolgergli la parola, poi si chinò appena e le prese la mano destra ciondolante lungo il fianco, per condurla infine sulla poltrona in pelle scura. Nella grande sala non filtrava alcun barlume, eppure egli si muoveva sicuro come avesse sempre vissuto in quell'appartamento, come se conoscesse ogni singola piega del tappeto che aveva sotto ai piedi. Lei seguiva con attenzione il suono ovattato del suo passo, non riuscendo a chiedersi che cosa stesse succedendo. E nella quiete sacrale di quel tetro nucleo d'esistenza si levarono quattro note celestiali, note che Diana mai avrebbe immaginato nemmeno nelle sue fantasie più occulte, seguite da una melodia così limpida da sprigionare quasi un bagliore, così che le loro ombre potessero indovinarsi a vicenda. Stava ora seduto, intento a sostenere la fronte con una mano. Inizialmente, Diana si aspettava che presto le avrebbe detto qualcosa di importante, ma il suo tacere prolungato le fece capire che non era venuto per lei. Le vibranti armonie esalate dallo stereo si assunsero l'onere di esprimere in vece di lui un disperato bisogno di pace, la necessità di colmare la sede del suo coraggio, per affrontare tutto un universo di sensazioni che lo avevano condotto allo stremo. Nessuno dei due sapeva che dire, chi per avere conforto e chi per tentare di darne: in realtà quella quiete solo parziale racchiudeva in sé ogni cosa, unendoli in un puro sentimento d'affetto totale. Senza aprir bocca, ognuno rivelò all'altro le sue più profonde paure, il fallimento delle speranze di un'intera vita, ma anche un'insopprimibile voglia di continuare, di sporgersi in avanti e cercare all'orizzonte un riflesso del proprio sguardo. Così, mentre la musica dipingeva con precisione intense visioni ultraterrene, Diana scopriva una pietà autentica, simile a ciò che una volta i grandi poeti chiamavano “amore”. Prima di cedere all'invito di un leggero sonno, le scese una lacrima fugace lungo il mento.
Qualche ora dopo, le fessure tra le palpebre le permisero appena di rivederlo sulla soglia dell'ingresso: aveva il volto sereno della prima volta, gli occhi lucenti. Si riaddormentò subito, troppo stanca per sorridere.
C’è chi ama definirsi e farsi chiamare poeta perché odia la vita, e ne va fiero. Mai nulla di più errato. Un poeta, al contrario, deve amare l’esistenza, l’uomo e tutto ciò che lo circonda. Altrimenti il suo sguardo sarà maledettamente superficiale, freddo, addirittura irrilevante. Gli scritti, se non hanno un significato che vada oltre l’apparenza, sono solo ipocrisia.
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.
"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"
Non pensiate che ciò di cui scrivo determini una falsa realtà.
Io amo la vita, solo che non la possiedo più.
Ed è attraverso la poesia che la sto cercando, come cerco me stesso.
"Un poeta non fa miracoli, li vede soltanto"
sabato 3 gennaio 2009
venerdì 5 dicembre 2008
Racconto - Diana (3)
Ma normalmente i sogni, per quanto incredibili essi siano, hanno una consistenza difficilmente confondibile con quella della realtà. Così la memoria, dopo essersi inzuppata a dovere nel dubbio, tornò poco gentilmente a tormentarla: e fu tanta la confusione, che Diana a distanza di poco non seppe più distinguere la vita reale da quella onirica. Le sue giornate si esaurivano con una cadenza funebre, e ciò che le accadeva realmente ricompariva senza riserve nei suoi sonni agitati; allo stesso modo ciò che sognava faceva da padrone alle sue giornate, che divenivano così senza capo né coda. Era come in preda ad uno stato febbrile cronico, che più di un medicinale aveva già minacciato di alleviare, ma che a distanza di poche ore poteva ritenersi inutile.
Infine a spronarla fu la noia, o meglio, un sentimento che non avrebbe saputo definire meglio di così. Pensò che tutto si sarebbe risolto riprendendo cautamente la sua solita vita. La situazione mediamente preoccupante la indusse a giocare la sua carta più squisita, il trucco da maestro, lo stratagemma più sicuro che conservava nella mente. Che nella rubrica rispondeva al nome di Vallo.
- Ciao.
- Ciao.
- Ti davo per dispersa.
- Non hai sbagliato di molto.
- ...
- Hai da fare?
- Se anche fosse?
La raggiunse in poco più di mezz'ora. In quel lasso di tempo Diana si scoprì un po' tesa, come prima di un appuntamento al buio di cui conosceva già l'esito.
Quando entrò, si guardarono reciprocamente con fare maligno. L'aveva sempre visto come un maleducato, anche nella minima cosa che potesse fare nel relazionarsi con la gente; ma al momento opportuno assumeva un'inspiegabile eleganza, paragonabile soltanto a quella di un artista che dedichi la massima concentrazione al rifinimento di un'opera. Tanto che in alcuni momenti Diana provava un oscuro disagio, come al cospetto di un'entità magnifica da cui poteva solo imparare.
Dal canto suo, Vallo era piuttosto sicuro nel ritenere che Diana fosse stata l'esperienza più eclatante dei suoi 23 anni: già allora sapeva di aver trascorso con lei le ore più idilliache e depravate che potesse ricordare.
- E' la prima volta che non sono costretto a cercarti.
- Non ti ho chiamato per fare due chiacchiere.
- Che vuoi dire?
- Che adesso vengo ai fatti.
- Se ti ricordi ancora come si fa.
Avanzò di due passi per sfidarlo. Lui alzò le sopracciglia con un'aria di sufficienza, dopodiché si avvicinò e la prese violentemente per un fianco. Le loro labbra si scambiarono un viscido convenevole finché Diana, ritornata sui suoi passi, ricadde sul divano sprofondandovi. Il contatto dei due corpi si fece sempre più elettrico, infine insostenibile. Giunto alla saturazione dei sensi, cominciò a carezzarle avidamente i seni, mentre Diana fece scivolare con cautela la mano sul di lui sesso. Vallo si tolse la maglietta e riprese a baciarla sul collo. La sua schiena, già lievemente rivestita di sudore, splendeva alla luce della lampadina sospesa al centro del salotto. Lei chiuse gli occhi, continuando a compiere gesti delicati ma sicuri, e li riaperse solo quando lo sentì irrompere in lei. Fu per entrambi come rivisitare minuziosamente i luoghi di un viaggio obliato, così intenso da non poter risiedere nel disordine delle loro caduche esistenze. Era quel flusso di percezioni inarrestabile per cui ognuno si era ripromesso di mantenere un rapporto privilegiato con l'altro. Diana riconobbe ancora una volta l'ardente impeto di quell'amante occasionale, destinato a sorreggerla nei momenti in cui oramai ogni piacere diveniva tremendamente ordinario.
Una volta concluso l'amplesso in senso stretto, Vallo rimase a lungo di fianco a lei, lasciando scorrere il palmo lungo tutta la sinuosità di quel corpo, che nuovamente gli parve divino. Nella misura in cui le sue dita avvertivano sulla pelle un neo più pronunciato, egli aveva come un sussulto al cuore, che nemmeno dopo ore di quella libidine si sarebbe placato. Diana respirava a fondo ammirando il suo volto, così dedicato e attento nei confronti di quella pratica inimitabile.
Finché giunse l'attimo in cui Vallo si alzò quasi di scatto, si rivestì, andò a prendersi un bicchiere d'acqua e scomparve salutando a malapena. Per nulla stupita, stette distesa qualche istante sui cuscini di velluto, per poi rialzarsi con un sospiro.
In qualche modo, tutto questo riuscì a farle dimenticare genuinamente gli accadimenti di alcuni giorni prima. Senonché, pochi minuti dopo essere uscita da una doccia bollente, Diana avvertì il campanello attraversare con decisione l'appartamento, ma questa volta non era nessuno di coloro che avrebbe potuto attendere.
Infine a spronarla fu la noia, o meglio, un sentimento che non avrebbe saputo definire meglio di così. Pensò che tutto si sarebbe risolto riprendendo cautamente la sua solita vita. La situazione mediamente preoccupante la indusse a giocare la sua carta più squisita, il trucco da maestro, lo stratagemma più sicuro che conservava nella mente. Che nella rubrica rispondeva al nome di Vallo.
- Ciao.
- Ciao.
- Ti davo per dispersa.
- Non hai sbagliato di molto.
- ...
- Hai da fare?
- Se anche fosse?
La raggiunse in poco più di mezz'ora. In quel lasso di tempo Diana si scoprì un po' tesa, come prima di un appuntamento al buio di cui conosceva già l'esito.
Quando entrò, si guardarono reciprocamente con fare maligno. L'aveva sempre visto come un maleducato, anche nella minima cosa che potesse fare nel relazionarsi con la gente; ma al momento opportuno assumeva un'inspiegabile eleganza, paragonabile soltanto a quella di un artista che dedichi la massima concentrazione al rifinimento di un'opera. Tanto che in alcuni momenti Diana provava un oscuro disagio, come al cospetto di un'entità magnifica da cui poteva solo imparare.
Dal canto suo, Vallo era piuttosto sicuro nel ritenere che Diana fosse stata l'esperienza più eclatante dei suoi 23 anni: già allora sapeva di aver trascorso con lei le ore più idilliache e depravate che potesse ricordare.
- E' la prima volta che non sono costretto a cercarti.
- Non ti ho chiamato per fare due chiacchiere.
- Che vuoi dire?
- Che adesso vengo ai fatti.
- Se ti ricordi ancora come si fa.
Avanzò di due passi per sfidarlo. Lui alzò le sopracciglia con un'aria di sufficienza, dopodiché si avvicinò e la prese violentemente per un fianco. Le loro labbra si scambiarono un viscido convenevole finché Diana, ritornata sui suoi passi, ricadde sul divano sprofondandovi. Il contatto dei due corpi si fece sempre più elettrico, infine insostenibile. Giunto alla saturazione dei sensi, cominciò a carezzarle avidamente i seni, mentre Diana fece scivolare con cautela la mano sul di lui sesso. Vallo si tolse la maglietta e riprese a baciarla sul collo. La sua schiena, già lievemente rivestita di sudore, splendeva alla luce della lampadina sospesa al centro del salotto. Lei chiuse gli occhi, continuando a compiere gesti delicati ma sicuri, e li riaperse solo quando lo sentì irrompere in lei. Fu per entrambi come rivisitare minuziosamente i luoghi di un viaggio obliato, così intenso da non poter risiedere nel disordine delle loro caduche esistenze. Era quel flusso di percezioni inarrestabile per cui ognuno si era ripromesso di mantenere un rapporto privilegiato con l'altro. Diana riconobbe ancora una volta l'ardente impeto di quell'amante occasionale, destinato a sorreggerla nei momenti in cui oramai ogni piacere diveniva tremendamente ordinario.
Una volta concluso l'amplesso in senso stretto, Vallo rimase a lungo di fianco a lei, lasciando scorrere il palmo lungo tutta la sinuosità di quel corpo, che nuovamente gli parve divino. Nella misura in cui le sue dita avvertivano sulla pelle un neo più pronunciato, egli aveva come un sussulto al cuore, che nemmeno dopo ore di quella libidine si sarebbe placato. Diana respirava a fondo ammirando il suo volto, così dedicato e attento nei confronti di quella pratica inimitabile.
Finché giunse l'attimo in cui Vallo si alzò quasi di scatto, si rivestì, andò a prendersi un bicchiere d'acqua e scomparve salutando a malapena. Per nulla stupita, stette distesa qualche istante sui cuscini di velluto, per poi rialzarsi con un sospiro.
In qualche modo, tutto questo riuscì a farle dimenticare genuinamente gli accadimenti di alcuni giorni prima. Senonché, pochi minuti dopo essere uscita da una doccia bollente, Diana avvertì il campanello attraversare con decisione l'appartamento, ma questa volta non era nessuno di coloro che avrebbe potuto attendere.
martedì 18 novembre 2008
Racconto - Diana (2)
La prima volta fu per strada, a sera, verso le nove e mezzo. Si era fermata ad un distributore automatico di sigarette, pochi metri dopo quello di profilattici, dove aveva già lasciato una banconota stropicciata. Normalmente non fumava, anzi non aveva mai comprato sigarette coi suoi soldi, era sempre riuscita ad ottenerle da altri che gliele offrivano per compassione, o talvolta per gratitudine. Mise le monete nella fessura, esse risuonarono nella cassetta interna, poi spinse un pulsante, che lampeggiò per comunicarle che le Camel erano terminate; lo stesso avvenne per Marlboro e Merit, finché la macchina decise che quei soldi non gli andavano a genio. Sul display scolorito non risultò più nemmeno un centesimo, e fu così che il distributore si prese un pugno nel ventre, mentre un ragazzo alto e magro si avvicinava serenamente.
- Vuoi una sigaretta?
Diana gli rivolse di getto una smorfia piuttosto loquace, ma appena lo vide in volto rilassò le labbra contratte. Il viso del ragazzo era così placido e sincero che non poté fare altro se non aggiungere:
- Grazie.
Qualche secondo dopo ebbe modo di notare che aveva rimesso in tasca il pacchetto senza prendere da fumare per sé. Gli domandò il perché, e si può dire che di lì cominciò la loro conoscenza: il ragazzo iniziò a disquisire abbondantemente sull'argomento, affermando diverse teorie per le quali aveva deciso di smettere ma si sentiva in obbligo di portarsi appresso un pacchetto da dieci; spiegò inoltre che il pacchetto era sempre lo stesso da anni, e che lo riempiva trasferendo sigarette provenienti da altri pacchetti. Diana aveva sempre odiato la gente che parlava troppo, ma la logica e la chiarezza con le quali egli esponeva le sue bizzarre tesi la incantava; si concentrava su ogni parola, seguiva il filo del discorso così facilmente che solo dopo una decina di minuti rivide le sue gambe che andavano per inerzia, imitando parallelamente i passi di lui.
Notando di essere in direzione di casa sua, Diana gli domandò se voleva salire a bere qualcosa: e lui non solo accettò con piacere, ma ciò che gli aveva proposto fu tutto ciò che fecero. Ovviamente lei non aveva in mente soltanto un buon bicchiere di vodka, ma quando lui se ne andò si era già dimenticata tutto quanto. Accadde come se in un lunghissimo istante le avesse riversato tutte le immagini di questo mondo sulla superficie degli occhi. Le parlò delle vecchiette all'ufficio postale, del loro continuo parlar male dei giovani e dei loro modi patetici, spesso infantili, di compiangersi per le disgrazie della terza età; delle inutili spese femminili in costante crescita, come i lucidalabbra, le cerette, gli incensi, capi d'intimo umanamente inconcepibili, fondotinta, sciampi oleosi alle erbette, penne a sfera complete di pon-pon rosa, ricariche telefoniche vitalizie eccetera; delle futili ragioni per cui il cattolicesimo continuava a perdere adepti; della sua personale attrazione per la nebbia autunnale, decisamente il fenomeno atmosferico più straordinario di sua conoscenza; delle sue interminabili attese ai concerti, giunto sempre in largo anticipo; di come gli riuscisse facile commuoversi davanti ad un vecchio quaderno di scuola, o un cartone animato che da piccolo poteva recitare dall'inizio alla fine, ma la cui memoria era stata portata via dal corso dei feroci anni adolescenziali; di come trovasse molto più stimolante cercare delle immagini negli spazi tra le nuvole, anziché nelle nuvole stesse; di come non esistessero più le grandi attrici veramente belle, e di come nessun ritocco professionale potesse renderle tali; del migliore ristorante in cui avesse mai mangiato, ad Amsterdam; del pomeriggio d'inverno in cui sull'autobus, per dodici minuti interi, non era riuscito a smuovere gli occhi dai capelli rossi che contornavano un viso di ragazza, la quale pareva un Botticelli alla pausa caffè, mentre le note di una fantasia di Schumann gli martellavano dolcemente i timpani; di come in assoluto nessun vagabondo fosse riuscito mai a fargli pena quanto i relativi cani, costretti a una vita peggiore di quella che normalmente spetterebbe loro con un qualsiasi altro padrone; degli imprevedibili benefici di un pediluvio bollente dopo una corsa di venti minuti sotto la pioggia; di come la gente non sapesse usare correttamente nemmeno i proverbi, le più antiche preziosità di questo mondo; della sua ostinazione nel tenere aperta la tapparella di camera sua fino all'ora in cui andava a dormire, per avere sempre sotto gli occhi le luci dei lampioni, molto più poetiche di come le raccontassero; di come i francesi, quali La Fontaine, Balzac, Diderot, Voltaire, Proust, Baudelaire, Rousseau, Molière e tanti altri avessero avuto sempre maledettamente ragione su tutto; di come gli adulti, man mano che avanzavano con gli anni, riacquistassero sensibilmente lo stupore davanti alle cose più semplici della vita, delle sottili pennellate di colore nella loro grigia routine, le cui fatiche potevano essere alleviate soltanto, giunti a casa dopo il lavoro, da un sorriso delle loro figlie seienni; dei più reconditi abissi della memoria, capace di arrovellarsi per giorni interi su un profumo o una melodia apparentemente dimenticati decenni prima; dei pomeriggi liberi in cui si recava per le strade meno frequentate del centro, e talvolta si fermava a parlare con le ragazze sedute sole a un bar, o sul bordo del marciapiede, a domandare loro come stavano, come era andata la giornata, se erano felici e se in qualche modo avrebbe potuto renderle tali. Queste e mille altre cose che il sonno rimosse per sempre.
La confusione del mattino dopo, complice dell'assurdità di quel fatto senza precedenti, portò Diana alla conclusione che tutto ciò non era mai successo veramente.
- Vuoi una sigaretta?
Diana gli rivolse di getto una smorfia piuttosto loquace, ma appena lo vide in volto rilassò le labbra contratte. Il viso del ragazzo era così placido e sincero che non poté fare altro se non aggiungere:
- Grazie.
Qualche secondo dopo ebbe modo di notare che aveva rimesso in tasca il pacchetto senza prendere da fumare per sé. Gli domandò il perché, e si può dire che di lì cominciò la loro conoscenza: il ragazzo iniziò a disquisire abbondantemente sull'argomento, affermando diverse teorie per le quali aveva deciso di smettere ma si sentiva in obbligo di portarsi appresso un pacchetto da dieci; spiegò inoltre che il pacchetto era sempre lo stesso da anni, e che lo riempiva trasferendo sigarette provenienti da altri pacchetti. Diana aveva sempre odiato la gente che parlava troppo, ma la logica e la chiarezza con le quali egli esponeva le sue bizzarre tesi la incantava; si concentrava su ogni parola, seguiva il filo del discorso così facilmente che solo dopo una decina di minuti rivide le sue gambe che andavano per inerzia, imitando parallelamente i passi di lui.
Notando di essere in direzione di casa sua, Diana gli domandò se voleva salire a bere qualcosa: e lui non solo accettò con piacere, ma ciò che gli aveva proposto fu tutto ciò che fecero. Ovviamente lei non aveva in mente soltanto un buon bicchiere di vodka, ma quando lui se ne andò si era già dimenticata tutto quanto. Accadde come se in un lunghissimo istante le avesse riversato tutte le immagini di questo mondo sulla superficie degli occhi. Le parlò delle vecchiette all'ufficio postale, del loro continuo parlar male dei giovani e dei loro modi patetici, spesso infantili, di compiangersi per le disgrazie della terza età; delle inutili spese femminili in costante crescita, come i lucidalabbra, le cerette, gli incensi, capi d'intimo umanamente inconcepibili, fondotinta, sciampi oleosi alle erbette, penne a sfera complete di pon-pon rosa, ricariche telefoniche vitalizie eccetera; delle futili ragioni per cui il cattolicesimo continuava a perdere adepti; della sua personale attrazione per la nebbia autunnale, decisamente il fenomeno atmosferico più straordinario di sua conoscenza; delle sue interminabili attese ai concerti, giunto sempre in largo anticipo; di come gli riuscisse facile commuoversi davanti ad un vecchio quaderno di scuola, o un cartone animato che da piccolo poteva recitare dall'inizio alla fine, ma la cui memoria era stata portata via dal corso dei feroci anni adolescenziali; di come trovasse molto più stimolante cercare delle immagini negli spazi tra le nuvole, anziché nelle nuvole stesse; di come non esistessero più le grandi attrici veramente belle, e di come nessun ritocco professionale potesse renderle tali; del migliore ristorante in cui avesse mai mangiato, ad Amsterdam; del pomeriggio d'inverno in cui sull'autobus, per dodici minuti interi, non era riuscito a smuovere gli occhi dai capelli rossi che contornavano un viso di ragazza, la quale pareva un Botticelli alla pausa caffè, mentre le note di una fantasia di Schumann gli martellavano dolcemente i timpani; di come in assoluto nessun vagabondo fosse riuscito mai a fargli pena quanto i relativi cani, costretti a una vita peggiore di quella che normalmente spetterebbe loro con un qualsiasi altro padrone; degli imprevedibili benefici di un pediluvio bollente dopo una corsa di venti minuti sotto la pioggia; di come la gente non sapesse usare correttamente nemmeno i proverbi, le più antiche preziosità di questo mondo; della sua ostinazione nel tenere aperta la tapparella di camera sua fino all'ora in cui andava a dormire, per avere sempre sotto gli occhi le luci dei lampioni, molto più poetiche di come le raccontassero; di come i francesi, quali La Fontaine, Balzac, Diderot, Voltaire, Proust, Baudelaire, Rousseau, Molière e tanti altri avessero avuto sempre maledettamente ragione su tutto; di come gli adulti, man mano che avanzavano con gli anni, riacquistassero sensibilmente lo stupore davanti alle cose più semplici della vita, delle sottili pennellate di colore nella loro grigia routine, le cui fatiche potevano essere alleviate soltanto, giunti a casa dopo il lavoro, da un sorriso delle loro figlie seienni; dei più reconditi abissi della memoria, capace di arrovellarsi per giorni interi su un profumo o una melodia apparentemente dimenticati decenni prima; dei pomeriggi liberi in cui si recava per le strade meno frequentate del centro, e talvolta si fermava a parlare con le ragazze sedute sole a un bar, o sul bordo del marciapiede, a domandare loro come stavano, come era andata la giornata, se erano felici e se in qualche modo avrebbe potuto renderle tali. Queste e mille altre cose che il sonno rimosse per sempre.
La confusione del mattino dopo, complice dell'assurdità di quel fatto senza precedenti, portò Diana alla conclusione che tutto ciò non era mai successo veramente.
martedì 4 novembre 2008
Racconto - Diana (1)
Sarà stato il carattere particolarmente opportunista e convincente al tempo stesso, quella venerabile avvenenza primordiale, il calore sudaticcio della sua pelle sottile, o solamente quelle forme che sembravano modellate da Satana in persona. Fatto sta che Diana non aveva mai trovato difficile portarsi qualcuno nel letto, una volta che ne scoprì il bisogno spasmodico.
Il suo primo fidanzatino risaliva alle scuole elementari, si erano promessi di sposarsi: ora lei nemmeno ricordava che esistesse, mentre lui tutte le mattine la vedeva dal fondo dell'autobus, indeciso fra lo stupore e il rimpianto. Era splendida, sì, ma la sua immagine imprimeva in lui un timore così profondo che non osava nemmeno avvicinarla; provava quasi spavento osservando tutta quella meravigliosa precocità. Non aveva mai dimostrato la sua età, ogni cosa era giunta in anticipo per lei: a sedici anni aveva già lo sguardo fiero di una pornodiva, a diciotto l'esperienza necessaria per diventarlo.
Davvero in pochi ebbero l'onore di risiedere in un cassetto di quella mente assassina, progettata per il consumo e raramente destinata al riciclaggio. Uno fra questi era entrato nella sua vita per sbaglio, in tutti i sensi. Un ragazzetto timido fuori misura. Probabilmente nessuno gli aveva mai parlato delle donne. Quella notte lo avrebbe traumatizzato, e reso single per il resto dei suoi giorni.
- Carino... carino il tuo appartamento.
- Ci vivo con mia madre.
- Ah. E quindi tuo..
- Se non ti spogli entro cinque secondi faccio a modo mio, chiaro?
Un altro le aveva detto scandalizzato che stava già con una ragazza, e che erano felici insieme, e che l'amava alla follia, e che non aveva bisogno dei suoi luridi servigi. Qualche minuto dopo Diana gli aveva fornito motivazioni sufficienti per indurlo a rimanere con lei tre giorni interi, durante i quali consumarono ogni vizio che venisse loro in mente. L'ultima notte, tornato a casa ad un'ora indecente, non dormì nemmeno un secondo, assalito dalle visioni dei suoi peccati; la mattina seguente suo fratello lo trovò rannicchiato a terra nel bagno del sottoscala. Un foglietto chiazzato di sangue riportava tre o quattro versi di Shakespeare: quando la sua ragazza li lesse non riuscì a piangere.
L'immagine che Diana aveva meglio stampata nei ricordi, suo malgrado, era il ghigno disumano del primo amante. Non l'aveva violentata, ma la foga con cui aveva raggiunto le sue intimità le fece sempre credere il contrario, a tal punto che dimenticò per sempre come tutto avesse avuto inizio. Il volto feroce di quell'uomo fece scattare un meccanismo a doppio taglio: se da un lato infatti ella abbandonò ogni freno e in un certo senso divenne matura, dall'altro mantenne sempre il senno necessario per considerare i suoi atti come proibiti, e sentirsi appagata nel proprio errore perpetuo.
Così, come uno scrupoloso collezionista di minerali, Diana raccoglieva senza sosta tanti differenti esemplari per dar forma al mosaico della sua felicità: ma così come il collezionista si ritrova ogni sera, circondato dalle sue bacheche in vetro, a contemplare soltanto il suo oggetto più raro, anche Diana finiva per ripensare sempre ad una persona soltanto. Lo vide appena tre volte nell'arco di poco più di un anno, ma bastarono a cambiare la sua sostanzialmente povera vita.
Il suo primo fidanzatino risaliva alle scuole elementari, si erano promessi di sposarsi: ora lei nemmeno ricordava che esistesse, mentre lui tutte le mattine la vedeva dal fondo dell'autobus, indeciso fra lo stupore e il rimpianto. Era splendida, sì, ma la sua immagine imprimeva in lui un timore così profondo che non osava nemmeno avvicinarla; provava quasi spavento osservando tutta quella meravigliosa precocità. Non aveva mai dimostrato la sua età, ogni cosa era giunta in anticipo per lei: a sedici anni aveva già lo sguardo fiero di una pornodiva, a diciotto l'esperienza necessaria per diventarlo.
Davvero in pochi ebbero l'onore di risiedere in un cassetto di quella mente assassina, progettata per il consumo e raramente destinata al riciclaggio. Uno fra questi era entrato nella sua vita per sbaglio, in tutti i sensi. Un ragazzetto timido fuori misura. Probabilmente nessuno gli aveva mai parlato delle donne. Quella notte lo avrebbe traumatizzato, e reso single per il resto dei suoi giorni.
- Carino... carino il tuo appartamento.
- Ci vivo con mia madre.
- Ah. E quindi tuo..
- Se non ti spogli entro cinque secondi faccio a modo mio, chiaro?
Un altro le aveva detto scandalizzato che stava già con una ragazza, e che erano felici insieme, e che l'amava alla follia, e che non aveva bisogno dei suoi luridi servigi. Qualche minuto dopo Diana gli aveva fornito motivazioni sufficienti per indurlo a rimanere con lei tre giorni interi, durante i quali consumarono ogni vizio che venisse loro in mente. L'ultima notte, tornato a casa ad un'ora indecente, non dormì nemmeno un secondo, assalito dalle visioni dei suoi peccati; la mattina seguente suo fratello lo trovò rannicchiato a terra nel bagno del sottoscala. Un foglietto chiazzato di sangue riportava tre o quattro versi di Shakespeare: quando la sua ragazza li lesse non riuscì a piangere.
L'immagine che Diana aveva meglio stampata nei ricordi, suo malgrado, era il ghigno disumano del primo amante. Non l'aveva violentata, ma la foga con cui aveva raggiunto le sue intimità le fece sempre credere il contrario, a tal punto che dimenticò per sempre come tutto avesse avuto inizio. Il volto feroce di quell'uomo fece scattare un meccanismo a doppio taglio: se da un lato infatti ella abbandonò ogni freno e in un certo senso divenne matura, dall'altro mantenne sempre il senno necessario per considerare i suoi atti come proibiti, e sentirsi appagata nel proprio errore perpetuo.
Così, come uno scrupoloso collezionista di minerali, Diana raccoglieva senza sosta tanti differenti esemplari per dar forma al mosaico della sua felicità: ma così come il collezionista si ritrova ogni sera, circondato dalle sue bacheche in vetro, a contemplare soltanto il suo oggetto più raro, anche Diana finiva per ripensare sempre ad una persona soltanto. Lo vide appena tre volte nell'arco di poco più di un anno, ma bastarono a cambiare la sua sostanzialmente povera vita.
martedì 21 ottobre 2008
EP - A Silver Mt. Zion: He has left us alone but shafts of light sometimes grace the corner of our rooms

E' una parola necessariamente poco usuale, ed è meglio così, di questi tempi. Sono situazioni dove appare così fuori luogo, talmente tanto da doverla appena accennare, come un pezzo di storia che si vuole o si è costretti a dimenticare. L'immagine che mi viene in mente è una anziana signora, che sussurra tristemente a un bambino: “Una volta c'era il rock”, e prova vergogna nel dirlo perché sa che quel bambino non potrà sapere mai cosa sia stato.
Sono passati gli anni, e dopo il miraggio della musica libera e senza confini, abbiamo assistito alla decadenza. Lo chiamano Post-rock, perché nasce in periodi bui che vedono un rapido allontanamento di quella corrente. Si inscena insomma il giudizio universale della musica, il punto d'arrivo dei nostri sogni, la resa dei conti.
(Ci ha lasciati soli, ma dei raggi di luce ogni tanto onorano gli angoli delle nostre stanze)
Finita l'apocalisse non si ha altra scelta che raccogliere i brandelli, i superstiti, le esili cose che ancora ci circondano e farne tesoro inestimabile.
Le epiche suite dei Godspeed You (!) Black Emperor erano l'ultimo sprazzo di vitalità, prima di abbandonare il mondo alla sua completa rovina. Finito anche il Post-rock, cosa resta? Solo questo. A Silver Mount Zion, col suo primo disco, può essere considerato l'unico caso di post-Post-rock.
Tutto ciò che siamo riusciti a salvare è un vecchio violino malinconico, un basso e una chitarra che adatteremo con l'archetto di riserva. E' tutto finito, ma utilizziamo quel poco che ci resta per cantare. Non lasciamo che la musica si spenga prima di noi.
Una corda rotta può suonare un poco.
A Silver Mount Zion è poesia dell'essenziale, elogio alla sopravvivenza nel dolore più profondo, nell'abbandono e nel silenzio. Non abbiamo più nulla, ma quella luce che entra dalla finestra sa darci speranza, è la nostra gioia e la custodiamo gelosamente. Siamo vivi, e tanto basta.
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(Attendendo con ansia la data bolognese del tour - 24/10/08 - nonostante la formazione sia molto cambiata assieme al genere musicale nel corso degli anni, porgo un gentile ma al tempo stesso silenzioso e sintetico saluto ai visitatori. Credeteci ancora, non vi ho abbandonati)
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